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Covid - 19 la panchina degli incontri inaspettati


Tra negazionisti, complottisti e poveri cristi spaventati e impotenti, si è consumata la prima fase dell’emergenza Covid-19 che il regista Stefano Calvagna racconta nell’omonimo film, da una prospettiva particolare: la panchina Campo Farnia-Pellaro, una fermata dell’autobus di Roma Appia Quarto Miglio. 

Su quella panchina Niccolò, un ragazzo curioso e sensibile, conosce Covid-19 (David Capoccetti) anche se le sembianze sono quelle di un bel giovane biondo quasi angelico ma dallo sguardo perfido e sfuggente.

Si tratta proprio del virus in persona quello incontrato da Niccolò, il quale cerca di capire come ognuno di noi, chi sia, da dove venga e quando se ne andrà.

“Io ce so’ sempre stato… faccio parte dell’ambiente” afferma COVID.

Sulla panchina Nic si confronta con Claudio, un uomo sulla cinquantina disoccupato e preoccupato per la sua fine e per quella dell’umanità.

Sono intensi i dialoghi scritti da Calvagna, una fotografia nitida e autentica dei mesi che abbiamo vissuto, quelli del lockdown con scuole chiuse, cinema e teatri deserti.

Estremamente bella la scena del teatro nel quale vive Oreste (Emanuele Cerman), declamando e aggrappandosi ai suoi sogni e alla passione che lo sostiene e anima nel tempo immobile imposto da colui che è stato messo sul piedistallo da un’umanità disorientata e smarrita.

Niccolò si confronta con le generazioni dalle quali può essere guidato ed erudito.

Molto importante è la figura del nonno, malato e vedovo, affranto e affettuoso, interpretato da Maurizio Mattioli.

Belle le corse dei cavalli a Capannelle, una parentesi di pace e svago per Niccolò e per l’ amico Claudio che ha appena trovato un lavoretto per tirare a campare ma andrà incontro al suo destino con coraggio e dignità.

Il finale amaro è interpretato da Stefano Calvagna, attore oltre che regista.

Delizioso Niccolò Calvagna, seduto sulla panchina a parlare come fosse un piccolo Forrest Gump però più intelligente e consapevole e apprezzabile Claudio Vanni, l’amico adulto e sconsolato che offre il suo tempo e la sua preziosa compagnia al giovane studente.

Un bell’esempio di cinema al tempo del COVID con tutte le sue varianti.

Ne consiglio la visione su Amazon Prime.





The Tender Bar. Il bar delle grandi speranze

 Per fortuna ci sono i libri che ispirano i film e questo grazie al fatto che l'editoria tende verso l'autobiografia e George Clooney si è lasciato sedurre dalla storia dello scrittore statunitense J. R. Moeheringer vincitore del premio Pulitzer con The Tender Bar.

Con delicatezza e garbo il regista ripercorre le vicende autobiografiche narrate nel libro di Moeheringer il quale mostra la sua adolescenza alla costante ricerca di una figura maschile di riferimento, avendo un padre anaffettivo e assente.

Tutto ha inizio nel 1973, anno in cui la mamma (Lily Rabe) con il piccolo Jr (Daniel Ranieri), si trasferiscono dai nonni.

Il nonno apparentemente burbero e irresponsabile, il magnifico Christopher Lloyd, accompagna in qualche modo la crescita del nipote ma chi diventa un riferimento assoluto per il piccolo è lo zio Charlie, interpretato da un impeccabile Ben Affleck, il quale esorta suo nipote a rispettare le donne con la frase "non picchiare mai una donna in nessuna circostanza, neanche se ti pugnala con le forbici" e lo segue e guida fino a quando gli lascia le chiavi della sua Cadillac per andare a conquistarsi il suo posto nel mondo.

Nel bar dove il giovane Jr (Tye Sheridan) torna, colui che è ormai uno studente universitario, trova gli stimoli letterari ma non potrebbe essere altrimenti visto che il bar si chiama The Dickens Bar come l'immenso romanziere inglese.

Il fatto che le autobiografie "stanno andando molto" frase che torna spesso nel film, è un chiaro riferimento sia al libro che è stato d'ispirazione per questo film che a Open, la celebre biografia di Andre Agassi curata dallo stesso Moeheringer.

C’è anche una storia d’amore per il giovane scrittore, infatti ama e viene lasciato ripetutamente dalla borghese Sidney, la bellissima Briana Middleton fino a quando lei sposa un altro. 

Questo è un film sulla consapevolezza che nessuna persona è destinata al fallimento e che è possibile trovare un maestro di vita e qualcuno capace di prendersi cura degli altri anche dietro a un bancone del bar.

E' una produzione Amazon Studios.

Ne consiglio la visione!

La befana vien di notte


 La storia della befana mi seduce da sempre, lei così anziana e agile sulla sua scopa che la conduce la notte del 6 gennaio nelle camerette dei bambini che attendono il regalo richiesto nella letterina scritta con tanta fiducia ed entusiasmo alla vecchia signora col cappello appuntito, i capelli grigi, le unghie lunghe, lei che è  una specie di nonna collettiva, che vive con la consapevolezza di far felice una volta l’anno, tutti i bambini del mondo.

Mossa da questo amore, ho trovato su prime video un film che non avevo ancora visto e di cui ho concluso la visione con le lacrime agli occhi.

La befana vien di notte per la regia di Michele Soavi e con Nicola Guaglianone come sceneggiatore è la storia della vecchia signora più amata di tutti e meno agiata rispetto a Babbo Natale che può scorrazzare sulla slitta trainata da splendide renne e col vestito rosso e caldo, non liso come quello della befana di notte e maestra di giorno, la maestra Paola.

Lei non è nata al Polo Nord ma a Palestrina nel 1481 e vive da 537 anni a Val di Lana sulle Dolomiti.

La sinossi

Al centro del film c’è la storia di Paola, maestra di scuola elementaregiovane e bella di giorno che, di notte, si trasforma nella celebre Befana. Proprio a ridosso del 6 gennaio, però, la ragazza viene rapita da Mr. Johnny, un leggendario produttore di giocattoli: l’uomo vuole vendicarsi della Befana che, quando era piccolo, ha involontariamente rovinato la sua infanzia. In soccorso di Paola corrono sei alunni: a bordo delle loro biciclette, i piccoli si apprestano a vivere un’avventura che cambierà per sempre le loro vite.

Un’avventura che si svolge in un luogo pieno di magia, al di là del film. Un luogo avventuroso, di quelli che ti fanno innamorare. Che ti rapiscono per la sua bellezza, che ti conquistano fin dal primo sguardo. “La befana vien di notte” infatti, piace per la sceneggiatura divertente ma piace, ancor di più, per i paesaggi in cui si muovono i protagonisti.

I suoi alunni, sei bambini meravigliosi, sono disposti ad affrontare qualsiasi difficoltà pur di salvare la loro maestra imprigionata nella fabbrica di giocattoli di Mr Johnny. Finiscono nella casa di un uomo che finge di salvarli dai lupo, offre loro da mangiare e un rifugio per la notte ma durante la notte getta le loro biciclette dentro la pressa idraulica dove finiranno anche loro.

Tra entusiasmanti ed estenuanti corse a ostacoli, i bambini trovano la loro amata maestra la quale promette al suo ex allievo divenuto un uomo malvagio di consegnare tutte le lettere dei bambini nascoste in alta montagna in un luogo pericolosissimo.

Sembra che il male abbia vinto sul bene ma alla fine il bene vince e il compito della befana proseguirà per sempre.

Splendida Paola Cortellesi nei panni della befana di notte. 

È una storia meravigliosa che non finirà mai d’incantarmi e che potrete vedere su Amazon exclusive ancora per qualche giorno.


L’uomo dal fiore in bocca di Luigi Pirandello con Gabriele Lavia




 Il dialogo in un atto tra l’uomo dal fiore in bocca e il pacifico avventore derivato dalla novella Caffè notturno (1918), sembra scritto per essere recitato come un’ode alla vita che se ne va e la poeticità del soliloquio ha reso L’uomo dal fiore in bocca un capolavoro del teatro Pirandelliano che nel film diretto e interpretato da Gabriele Lavia nei panni dell’uomo dal fiore e da Michele Demaria in quelli dell’avventore pacifico, si consuma all’interno di una stazione in una notte di confessioni, rivelazioni e stupore.

Quelle che sembrano delle tremende sciagure per l’uomo semplice e buono incontrato dall’uomo dal fiore, che vorrebbe ammazzarsi per aver perso il treno e disperato per gli imprevisti quotidiani che elenca al suo saggio confidente in cerca di vita a cui aggrapparsi perché la sua sta fuggendo, danno la misura della contemporaneità della scrittura Pirandelliana accomodata da Lavia, il quale conserva alcuni momenti dei dialogo, recitandone di nuovi e bellissimi.

Danzare sui binari l’uno fradicio e scalzo e l’altro con cappello in testa e in cerca di attaccarsi alla vita degli altri, è un momento bellissimo del film dove Michele Demaria nei panni bagnati di un uomo pacifico, è meraviglioso. 

Lavia con lo sguardo di chi ha scritta in faccia la sua fine il più tardi possibile, prova a spiegare all’interlocutore sconosciuto che “l’uomo non è mai così grande grande grande come quando si sente piccolo piccolo piccolo e un uomo non è mai così piccolo piccolo piccolo come quando si sente grande grande grande e allora vede grandi le cose piccole”.

La scena descritta da Pirandello dei pacchetti confezionati dai giovani di negozio di bottega è sognante.

Il treno che giunge e che lascia per la seconda volta l’avventore alla stazione, è fonte di ulteriore amarezza per l’uomo piccolo piccolo piccolo che si dispera per niente.

Si finisce per amare l’uomo dal fiore in bocca e per pregare per lui, contando il maggior numero di fili d’erba, una cortesia chiesta al suo nuovo amico prima di congedarsi, con la speranza che equivarranno ai giorni che gli resteranno da vivere.

Un film meraviglioso che merita di essere ammirato su Raiplay.

Lasciarsi un giorno a Roma




Amore, letteratura, amicizia su Sky Original con il film di e con Edoardo Leo Lasciarsi un giorno a Roma.

La città eterna è lo scenario ideale per spiegare come sia difficile mettere fine a una storia durata dieci anni.

Edoardo è Tommaso, o Tom come ama chiamarlo la sua Zoe, la giovane e bellissima spagnola interpretata da Marta Nieto, che amai nel film madre di Sorogoyen.

Tom scrive romanzi e sente la sua donna sempre più lontana anche se la vorrebbe Sempre e per sempre accanto, come canta De Gregori nella splendida canzone che possiamo ascoltare in una scena del film.

Probabilmente anche lui si sta allontanando e si nasconde dietro quel Marquez della chat con il quale Zoe si confida, ignara di tutto.

Anche un’altra coppia sta in crisi, quella formata dalla sindaca di Roma e interpretata dalla Gerini e di suo marito, Stefano Fresi.

Appena è iniziato il film ho pensato subito il regista si fosse ispirato ad Allen per l’analisi introspettiva oppure che avesse tratto ispirazione dalla letteratura.

Il film ha una forza dirompente e mostra una verità difficile da ammettere: la paura d’impegnarsi oggi frastornati dal lavoro e da una società che fagocita sogni e sentimenti e dove non si ha il tempo per capire davvero cosa si vuole fare nella vita.

Non si capisce mai fino in fondo se dopo tanti anni di convivenza ci si debba lasciare oppure se vale la pena restare insieme.

Ho amato moltissimo la Nieto che nel film di Rodrigo Sorogoyen, sa esprimere intensamente il dolore di una madre, l’elaborazione di un lutto per l’assurda perdita del suo piccolo.È un film pieno di sguardi persi nel dolore più profondo. È una storia che coinvolge e che resta dentro anche dopo la visione del film e per questo  ho scelto di vedere questo film di Edoardo Leo che ha fatto un’ottima scelta con lei.

Ho apprezzato molto le scene girate sul Tevere, sia quelle sul barcone che le passeggiate in bici sul fiume di Roma un tempo ‘biondo’ ora non più.

Questa lungometraggio, il quarto di Edoardo Leo, è dal primo gennaio 2022 su Sky Original e ne consiglio la visione.








I fratelli De Filippo in prima visione su Raiuno



 Che cos’è il teatro?

Ce lo spiegano i fratelli De Filippo attraverso il loro percorso artistico lastricato di difficoltà eppure così luminoso da consegnarsi all’eternità, come accade solo ai Grandi.

Ho sempre pensato che essere stati i ‘figli’ di serie B del Maestro Scarpetta, dev’essere stato devastante sia dal punto di vista morale ed emotivo che pratico.

La fame nei primi del ‘900 era una cosa difficile da sopportare per tre bambini che accanto al nome portavano il cognome materno e costretti a chiamare zio quel padre drammaturgo ricco e famoso osannato a Napoli.

Ebbene, questo lasso di tempo, un trentennio circa, a partire dalla giovane età di Eduardo, di Peppino e Titina fino al successo dell’atto unico Natale in casa Cupiello al Cine Teatro Kursaal nel 1931 che poi diventerà la commedia in tre atti che noi tutti abbiamo amato, è quello raccontato nel film diretto da Sergio Rubini e in prima visione su Rai uno ieri sera e su Raiplay per chi se lo fosse perso.



Il film è corale, ogni singolo attore contribuisce a renderlo autentico ed emozionante dall’Eduardo Scarpetta talentuoso e vitale rappresentato da un eccezionale Giancarlo Giannini per l’occasione senza i soliti baffi, che la straordinaria e amorevole mamma dei De Filippo, Luisa, nipote di Rosa, moglie di Scarpetta, la bellissima Susy Del Giudice.

Mauro Autore ha interpretato il ruolo più difficile, quello di Eduardo ed è stato all’altezza nel suo primo film. 

Mi è piaciuto molto anche Domenico Pinelli nei panni di Peppino che si scontrerà per tutto il tempo della loro lunga collaborazione con il fratello maggiore, evidentemente più ispirato, geniale e talentuoso.

Rappresentare la gigantesca Titina, sorella amatissima da Eduardo e immensa fonte d’ispirazione per le opere più belle come Filumena Marturano, è stato un compito altrettanto arduo per Anna Ferraioli Ravel.

Lo sguardo rivolto alla mamma Luisa De Filippo da parte dei tre figli ormai famosi dopo il debutto della celeberrima commedia il 25 dicembre del 1925, è indubbiamente il finale più bello e commovente per una storia raccontata con delicatezza e passione.

Le musiche sono del Maestro Nicola Piovani.

Rivolgo un grazie sincero a Sergio Rubini per la splendida idea e per la realizzazione di un progetto ambizioso e destinato al successo.




La bella e la bestia live action

Jean Marie - Leprince de Beaumont, l’autrice della sognante fiaba La bella e la bestia, nel ‘700 descrisse  un mondo dove trionfa il bene sul male e soprattutto dove i buoni, caparbi e coraggiosi, meritano il premio più ambito: l’amore e la felicità dopo il dolore e le privazioni.

A ciò è legato il successo della storia che ha ispirato diversi registi nel tempo. Il film mi ha incantato nella versione animata della Disney del 1991 che vidi una volta tornata dalla Francia dove uscì prima che nel nostro Paese e io attesi con ansia di vederlo.

Questa sera ho ammirato la versione in live action diretto da Bill Condon nel 2017 con Emma Watson nei panni dell’affascinante Bella e Dan Stevens in quelli del principe trasformato in Bestia.

Conosco la storia eppure mi sono emozionata ad ogni scena, le più spettacolari sono state quelle in cui la servitù trasformata in Lumière (Ewan McGregor), Mrs Bric (Emma Thomson) solo per citarne due, danzano e cantano per socializzare e per dimostrare la loro gratitudine verso l’unica ragazza entrata nel castello e che potrebbe sciogliere l’incantesimo che ha trasformato  tutti in oggetti animati.




I petali della rosa smetteranno di cadere e il sole primaverile prenderà il posto della neve nel gelido inverno che avvolge la bestia imprigionata nel suo castello stregato.

Ho ammirato moltissimo Kevin Kline nei panni di Maurice, il padre di Bella che ha perso sua moglie per colpa della peste e che costruisce carillon per campare.

Padre e figlia vivono in un paesino della Francia e conducono un’esistenza misera ma serena fino a quando il destino li metterà di fronte a un’altra prova difficile da superare, dopo la prematura scomparsa della moglie di Maurice e madre di Bella.

 Anche in questo film è possibile ascoltare e canticchiare la bellissima canzone di Gino Paoli e Amanda Sandrelli.

C'è una bestia che
S'addormenterà
Ogni volta che
Bella come sei le sorriderai
Quel che non si può
Neanche immaginar
È una realtà
Che succede già
E spaventa un po'
Ti sorprenderà
Come il sole ad est
Quando sale su
E spalanca il blu
Nell'immensità
Ti sorprenderà
Come il sole ad est
Quando sale su
E spalanca il blu
Nell'immensità
Stessa melodia
Un'altra armonia
Semplice magia
Che ti cambierà
Ti riscalderà
Quando sembra che
Non succeda più
Ti riporta via
Come la marea
La felicità
Ti riporta via
Come la marea
La felicità
Ti riporta via
La felicità

Di sogni simili ora si ha veramente bisogno.

Il cattivo poeta


 Italia, 1936. Giovanni Comini è appena stato promosso alla carica di Federale e viene trasferito a Roma per una missione delicata: vegliare sullo scrittore Gabriele D'Annunzio e fare in modo che non dia nessun tipo di problema. D'Annunzio, poeta riconosciuto a livello nazionale, è sempre più inquieto e Benito Mussolini teme che possa minare l'alleanza con la Germania nazista.

È intriso di storia e malinconia il film scritto e diretto da Gianluca Jodice che guida con sapienza e stile, un cast d’immensa bravura a partire da Sergio Castellitto nei panni del Vate, a Francesco Patanè in quelli di Giovanni Comini a Paolo Graziosi, suo padre.

Sono ricostruiti gli ultimi tre anni della vita di Gabriele D’Annunzio, uomo capace di amare e stregare le sue donne, d’incantare il suo interlocutore con intense riflessioni sulla vita, sulla politica e sul linguaggio che a suo dire “rende estraneo ciò che è intimo e così è per la politica, è un tradimento degli ideali, di una passione autentica”.

È estremamente poetica e al tempo stesso malinconica la scena  in cui il Vate confessa a Giovanni il peso e la piacevolezza della sua vita da recluso nel Vittoriale. 

L’amicizia con il duce è ormai un vago ricordo perché “il sangue comincia a sgorgare dal corpo dell’Italia”.

Il Vate ha 74 anni, è malato eppure ama ed è accudito dalle sue donne, la fedele musa e amante, la pianista di successo Luisa Baccarà (Elena Bucci), la quale ricorda e rimpiange l’amato passato felice trascorso con Gabriele ormai vacillante, ossessionato dalla visione dei topi che infestano la casa e amareggiato per le sorti dell’Italia e Amelie.

Il tempo del film è scandito dalle ultime stagioni vissute dal Vate, che vince il terrore dello specchio mattutino, essendo ormai vecchio e solo pur essendo circondato da una massa di uomini squallidi e approfittatori.

Morto Guglielmo Marconi, Mussolini lo nomina successore dell’Accademia d’Italia, ma questo non lusinga e inorgoglisce D’Annunzio. 

Il Vate che per Achille Starace “è come un dente guasto. O lo si ricopre d’oro o lo si estirpa” si congeda dal mondo che sta cambiando perché sta entrando in guerra.

“I maestri insegnano sempre delle cose che non si possono imparare” dice Amelie (Clotilde Courau) rivolgendosi a Giovanni e questo film contiene un’immagine di D’Annunzio estremamente bella e coinvolgente.

Il cattivo poeta è in prima visione su Sky e ne consiglio la visione.


Je te veux moi non plus Nemmeno io ti voglio


Biarritz, l’elegante  cittadina di mare sulla costa basca, a sud-ovest della Francia, è lo splendido scenario della graziosa commedia diretta da Rodolphe Lauga, sull’amicizia e l’amore, tra surfisti, spiagge e vacanze nella località che dista circa due ore da Parigi.

Nina e Dylan sono amici da una vita, lui la ama, lei non lo sa fino a quando soffre di gelosia per la presenza di una ragazza alta e bella che Dylan frequenta.

Nina è esuberante e vitale, è piccolina, rotondetta e mora. Ha un mare di qualità che le inseparabili amiche adorano e anche Dylan.

La dichiarazione d’amore di Dylan nell’aula di tribunale dove Nina lavora a Parigi, chiude il quadro di un film rilassante, fresco e delicato.

Deliziosi Inès Reg e Kevin Debonne nei panni di Nina e Dylan.

In questa società dell’apparire, quel che conta veramente è l’essere.

È il messaggio più significativo di questa effervescente  pellicola francese che fa sognare a occhi aperti.

Ne consiglio la visione su Amazon.

Marcello Mastroianni ne Le notti bianche il film


Proprio oggi ha lasciato questo mondo Marcello Mastroianni e ho scelto di ricordarlo attraverso questo film  del 1957 diretto da Luchino Visconti e tratto dal meraviglioso racconto di Dostoevskij dove si assiste al crollo degli ideali romantici distrutti dal cinismo e la volgarità della nuova generazione che si stava facendo spazio in Russia. 

Ebbene Mastroianni come il protagonista de Le notti bianche, è animato da un insolito ottimismo e dalla leggerezza di chi si lascia sedurre dagli imprevisti del caso. 

Mentre passeggia tra la gente in una notte così quieta e bellissima, s’imbatte in una giovane donna disperata e sospesa sul ponte in attesa di qualcosa che le provoca un intenso dolore.

Tra i due nasce una tenera amicizia che tinge le notti seguenti di pura poesia e amore.

Mastroianni si trasforma esattamente nel timido e appassionato personaggio di Dostoevskij incantato, disilluso e rassegnato.

È una co produzione Italo Francese di grande impatto visivo ed emotivo.

Splendida anche Jean Marais, innamorata del delizioso sconosciuto che soggiorna per qualche tempo nella pensione della nonna e in costante attesa del suo imminente ritorno.

Tale pellicola in bianco e nero conquistò il Leone d’Argento alla XVIII Mostra del cinema di Venezia e seducono oltre alle figure dei due attori principali, anche la colonna sonora di Nino Rota.

Credo sia stato un bel modo per ricordarti Marcello

I fratelli De Filippo al cinema .

Avrei voluto iniziare questo articolo con un "correte al cinema a vedere I Fratelli De Filippo!", ma purtroppo è stato deciso di proiettare questo film meraviglioso in sole tre date, dal 13 al 15 dicembre 2021.

Decisioni sempre più frequenti, in epoca di piattaforme streaming, che ritengo incomprensibili e offensive per chi ama il cinema su grande schermo. Nel film diretto magistralmente da Sergio Rubini, la crescita umana e artistica, fino alla consacrazione da parte del pubblico di Eduardo, Titina e Peppino De Filippo, figli illegittimi e mai riconosciuti dal padre Eduardo Scarpetta, gigante del teatro napoletano, le cui gesta avevamo potuto vedere un paio di mesi fa in Qui rido io, altro bellissimo film di Mario Martone con Toni Servillo nel ruolo del grande autore e attore partenopeo. 

I Fratelli De Filippo è un crescendo di emozioni, uno spaccato di vita personale, sociale e teatrale, una storia di riscatto familiare e della nascita di un nuovo modo di far teatro che inevitabilmente andò a scontrarsi con il mondo tardo ottocentesco rappresentato dalla Compagnia di Scarpetta, passata nelle mani del figlio Vincenzo, interpretato da un sorprendente Biagio Izzo. 

Gli stenti, i contrasti familiari, le liti e le incomprensioni tra i tre fratelli, il loro entusiasmo e le loro paure per una rivoluzione artistica che li vide trionfare per la loro perseveranza (soprattutto di Eduardo), sono rappresentati con una grazia e una forza tali da far emozionare profondamente il pubblico in sala.  Mario Autore, Domenico Pinelli, Anna Ferraioli Ravel e Susy Del Giudice, rispettivamente Eduardo, Peppino, Titina e la madre Luisa, sono straordinari nelle loro interpretazioni ma tutto il cast contribuisce a rendere questo film una magia come raramente accade di vedere. Non c’è un solo attore fuori ruolo, ognuno contribuisce con estrema qualità all’armonia della pellicola, che vede partecipazioni prestigiose con Giancarlo Giannini nel ruolo di Eduardo Scarpetta, Marisa Laurito, Maurizio Casagrande, Vincenzo Salemme, Maurizio Micheli. Andrebbero citati tutti, comparse comprese, perché questo è un film che non può essere perso da chi ama il teatro, ma nemmeno da chi ama il cinema. I Fratelli De Filippo (01 Distribution) è a mio parere un capolavoro, che in soli tre giorni ha incassato più di un colosso produttivo come la Disney, in sala con Encanto.

Sintetizzando in una sola parola: meraviglioso!

Paolo Leone

Visto a Genzano di Roma, Cinema multisala Cynthianum, il 15 dicembre 2021.

(La locandina del film)

Pattini d’argento


 Dal romanzo ottocentesco di Mary Mapes Dodge nasce il film Pattini d’argento, un colossal russo ambientato nella San Pietroburgo di fine secolo anziché nei Paesi Bassi. Le famiglie più agiate e aristocratiche possono accendere la luce elettrica al posto delle candele per sconfiggere il freddo inverno e per spostarsi saranno necessari resistenti pattini.

Il film coinvolge e seduce per i paesaggi incantevoli, per i costumi meravigliosi e le luci sfavillanti e per l’eccezionale capacità dei ladri di sfrecciare sul ghiaccio coi loro pattini che come razzi li aiutano a sbarcare il lunario rubando ai ricchi.

Sotto i ponti, sui corsi d’acqua congelati e sulla nave usata come riparo dal gruppo di giovani ed esperti ladri sui pattini, si consuma la storia d’amore di due moderni Romeo e Giulietta, appartenenti a due diverse classi sociali e per questo si trovano a dover lottare per un Unione che sembra impossibile.

Alisa e Matvey sfidano la sorte e le avversità saranno solo un vago ricordo quando si ritroveranno insieme a Parigi, sposati con un figlio, lontani da ogni possibile impedimento.

Mi ha fatto pensare al Titanic il film sia quando Matvey viene soccorso congelato che nella scena in cui porta la ricca Alisa a una festa tra povere anime che desiderano brindare alla vita.

Tra i temi trattati, mi ha colpito l’esclusione delle donne dallo studio e dal sapere ritenuto dannoso, anche se Alisa studierà di nascosto diventando una stimata insegnante di chimica in Francia.

Le musiche del film diretto da Michail Loksin sono straordinarie, quella più emozionante è sicuramente il Clair de lune che si ascolta mentre i due giovani innamorati pattinano sul canale ghiacciato della città.

Consiglio la visione di questa meravigliosa storia d’amore a lieto fine su Prime Video.



Io sono Babbo Natale


 Falcone ci svela un segreto vecchio come il mondo: Babbo Natale esiste davvero ed ha il volto, lo sguardo bonario e la battuta pronta come colui che se n’è andato ma che in realtà non se ne andrà mai: Gigi Proietti!

È proprio Gigi a riempire di stupore e magia questo film fantastico, non proprio fantasy ma pieno di effetti speciali e che tocca il cuore veramente, commuove e sorprende, diverte e fa riflettere sulla necessità di alleggerire la realtà attraverso il sogno ma un sogno che eleva e fa persino volare sulla slitta di Babbo Natale.

Nicola Natalizi è un Babbo che ha più di cento anni ed è felice per il lavoro che ha svolto per tutta la vita con la collaborazione dei suoi fedeli elfi.

Ha varcato i cieli ed è sceso nei camini di tutto il mondo però ora vuole trasmettere la sua nobile e appassionata missione a un erede che sia degno d’indossare il suo abito magico.

Ettore è appena uscito dal carcere e Babbo crede sia proprio lui quello giusto.

Ettore è interpretato da Marco Giallini che Falcone dirige nel bellissimo Se Dio vuole.

È una storia coinvolgente e poetica, come la vita stessa.

Non è il solito film su Babbo Natale, è un vero e proprio canto di Natale pieno d’amore dove uno Scrooge/Ettore si trasformerà in colui che il 24 notte sarà in sella alla sua slitta per portare i regali ai bambini di tutto io mondo da quando il Babbo ufficiale è andato in pensione.

100 anni di Nino Manfredi Le avventure di Pinocchio




 Per i 100 anni di Nino Manfredi su Raiplay c’è l’imperdibile sceneggiato in cinque puntate di Luigi Comencini trasmesso nel 1972, La avventure di Pinocchio, ispirato al capolavoro di Carlo Collodi. 

Le favolistiche avventure del burattino realizzato in una sola notte dall’umile e poverissimo falegname vedovo Geppetto, grazie al pezzo di legno pregiato ricevuto in dono da Mastro Ciliegia, hanno incantato generazioni.


Il candore di Geppetto, interpretato magistralmente da un Nino Manfredi impeccabile e amorevole nei panni del papà protettivo e senza un soldo ma ricco d’amore per il piccolo figlio in carne ed ossa e di legno, ha fatto affezionare tutti e il falegname toscano grazie all’intensità di Manfredi, ha intenerito i bambini e i genitori che lo stavano a guardare.

Incantevole è la figura della fata Turchina, dove ammiriamo una giovane e bellissima Gina Lollobrigida.

Nel cast di questo splendido sceneggiato ci sono Gatto e Volpe coi volti e l’irresistibile comicità di Franco e Ciccio.

Nel terzo episodio è bello trovare Vittorio De Sica nei panni del giudice.


Il Pinocchio bambino è il tenerissimo Andrea Balestri.

Se siamo cresciuti con un animo pieno di stupore e se siamo sognatori è anche per aver visto questo sceneggiato pedagogico. 

Rivedere Le avventure di Pinocchio è tornare bambini.

Ne consiglio la visione!   

E noi come st***zi rimanemmo a guardare


Arturo è appena stato licenziato per colpa di un algoritmo e lasciato dalla fidanzata condizionata da una app sulle affinità di coppia.

Ha 48 anni, è senza lavoro e senza amore.

Sul web riesce a trovare lavoro come rider e avrà la compagnia di Stella, un ologramma della app Fuuber friends.

Con Stella la vita sembra più sopportabile ma Arturo è ormai invischiato in una realtà dove gli algoritmi regolano le vite degli uomini senza scampo.

L’illusione dell’amore per Stella, una ragazza reale ma imprigionata in una torre a Mumbai dove la sua immagine sarà proiettata all’abbonato di turno, farà sentire Arturo libero di raggiungerla e di riconquistare al suo fianco il suo posto nel mondo. 

Arturo è interpretato molto bene da Fabio De Luigi. Stella è Ilenia Pastorelli e Pif è sia il regista che il compagno di stanza di Arturo.

Molto profetico questo film tremendamente bello.

Stupenda la fotografia e la proiezione di quel che accadrà sotto i nostri occhi, tra quarant’anni oppure tra poco tempo ma noi come st***zi resteremo a guardare.

Ne suggerisco la visione perché Pif è il Tati italiano e questo film è appassionante come Play Time dove Monsieur Hulot è alle prese con il mondo della cibernetica che, teoricamente dovrebbe facilitare e rendere più piacevole la vita dell'uomo, ma in realtà minaccia pericolosamente la sua esistenza, tendendo a fare di ogni individuo un robot.

Madame Bovary


 Un’altra Emma dopo quella di Jane Austen, nacque dalla penna di un altro grande nome della letteratura mondiale, sto parlando di Gustave Flaubert e della sua Emma Bovary, meno virtuosa di quella inglese ma estremamente affascinante e vicina a noi.

Flaubert era un perfezionista alla ricerca costante della parola giusta (le mot juste).

Anche la sua Emma amava le parole e le emozioni travolgenti e da umile moglie di un medico condotto di provincia, si trasforma in un’adultera viziosa, inevitabilmente condannata a una malasorte.

Ebbene, il contenuto estremamente realistico del romanzo, ritenuto immorale e osceno, provocò una condanna dell’autore nel 1857. Solo dopo l’assoluzione di Flaubert, nell’aprile dello stesso anno il romanzo fu pubblicato.

Il successo fu immediato e tale vicenda continua ad esercitare un fascino sulle generazioni successive e ad ispirare registi come Sophie Barthes, la quale ha scelto Mia Wasikowska per il ruolo di Emma nel bellissimo film del  2014.

Mia sa essere estremamente credibile, con il suo volto pallido e lo sguardo smarrito e disperato come la descrisse il suo autore, immersa in una tale tristezza, che sarà la causa della sua perdizione.

“Non intendo rimanere inerte in questa febbre di disperazione” afferma la povera Emma il cui futuro sarà meno radioso di quello della Emma felicemente sposata e partorita dalla fervida immaginazione di Jane Austen. 

Per Madame Bovary, il matrimonio sarà un’indicibile condanna.

Ho avuto il piacere di rivedere il film su Sky questa sera. 

Lo consiglio 

Emma.


 Ho sempre detto di essere nata nel secolo sbagliato e solo nell’800, avrei trovato la giusta collocazione.

Ed è nel secolo del Romanticismo che si colloca la vicenda di Emma, l’eroina nata dalla bella penna di Jane Austen e attraverso la quale la romanziera inglese si congeda da questo mondo per restare immortale con i suoi splendidi personaggi che hanno ispirato numerosi registi, l’ultima è Autunm de Wilde.

Appena inizia il film si resta avvolti dai colori e dalla atmosfere del secolo romantico.

Anya Taylor Joy è Emma, una ventenne bella, ricca e sensibile, in salute, generosa e serena anche se orfana di madre, affabile e ospitale.

Vive con l’anziano padre Mr Woodhouse interpretato dall’eccezionale Bill Nighy, 

La grazia infinita di Emma, conquista e seduce e guardando il film sembra di sfogliare le pagine del fortunato romanzo a cui d’ispira.

Il film da oggi su Prime video, mi ha commosso sul finale con il primo piano del volto di una giovane donna che sta per diventare moglie e chiude gli occhi per sognare un futuro meraviglioso.

Ne consiglio la visione!


Opera senza autore

Opera senza autore (Werk ohne Autor) è un film del 2018 diretto da Florian Henckel von Donnersmarck.

Il film ha ricevuto due candidature ai premi Oscar 2019 nelle categorie miglior film in lingua straniera e miglior fotografiaracconta tre epoche della storia tedesca attraverso la vita tormentata di un artista. Il regista si è liberamente ispirato alla vita e all'opera del pittore Gerhard Richter




La trama 

Nel 1937, Kurt Barnert, un bambino di cinque anni e la sua eccentrica zia Elisabeth, ventenne amante dell'arte, visitano la mostra itinerante sull'arte degenerata di Dresda. Poco dopo il bambino deve guardare mentre la zia viene ricoverata in un istituto psichiatrico per una presunta schizofrenia. Nel 1940 il Terzo Reich, che ha già attuato un massiccio piano di sterilizzazione di oltre 400.000 "elementi più deboli" del popolo tedesco, con l'intento di migliorare la razza e le generazioni future, si trova nella situazione di "cambiare marcia" e per rispondere alla necessità di curare i feriti della guerra si rende necessario liberare negli ospedali i letti occupati da "vite prive di valore". I medici delle SS vengono quindi dichiarati "Periti del Tribunale dell'Eugenetica", con l'incarico di rivedere tutti i pazienti già sottoposti a sterilizzazione e a deciderne la sorte (il disumano metodo di valutazione prevede un "segno meno" in blu per chi dovrà rimanere in istituto e un "segno più" in rosso per i "pazienti che dovranno essere inviati ad uno dei tre istituti ai confini orientali del Reich, dove verranno liberati dalle loro inutili esistenze"). Elizabeth viene quindi visitata dal capo dell'ospedale femminile di Dresda, l'Obersturmbannführer delle SS Carl Seeband, persona totalmente incapace di una qualsiasi empatia e responsabile della sterilizzazione forzata, che ne decide la sterilizzazione e la successiva eliminazione. Mentre suo nipote vive da lontano le incursioni aeree a Dresda, sua zia viene gassata nel centro per l'eutanasia del Castello di Sonnestein a Pirna.

L'8 maggio del 1945, in una Dresda quasi completamente distrutta dai bombardamenti, Seeband, che si fa trovare in abiti civili, viene arrestato dalla NKVD, imprigionato in un campo speciale e interrogato per il suo ruolo negli omicidi tramite eutanasia involontaria. Nega il suo ruolo e nega anche di aver conosciuto l'uomo che è stato il suo comandante, il famigerato dottor Burghart Kroll. Quando successivamente la moglie del comandante del campo sovietico ha problemi a partorire, Seeband riesce a salvare la moglie e il figlio dell'ufficiale; per la gratitudine l'ufficiale sovietico promette a Seeband di proteggerlo. Intanto il padre di Kurt non riesce più a trovare un impiego come insegnante, a causa della sua iscrizione al Partito Nazista e si arrangia con dei lavoretti.

Nel 1951 Kurt ed il padre hanno trovato lavoro in una fabbrica, Kurt come pittore di insegne ed il padre come uomo delle pulizie. Una volta riconosciuto il talento del ragazzo, questi viene inviato all'Accademia d'arte di Dresda come rappresentante della classe operaia, dove studia pittura. Il suo professore, comunista per convinzione, cerca di condurre gli studenti al realismo socialista, ma Kurt non si dimostra particolarmente attratto dall'ideologia: il ragazzo ha la sensazione che attraverso questo tipo di pittura si sta allontanando sempre più dall'espressione personale.

Kurt conosce la giovane Elisabeth, che studia moda e design tessile all'accademia e che gli ricorda la zia, con la quale condivide anche il nome. Proprio la sera del primo appuntamento dei due ragazzi il padre di Kurt si impicca. Kurt ed Ellie si innamorano e il ragazzo si trasferisce a casa dei genitori come inquilino. Lì incontra per la prima volta il padre di Elisabeth, che altri non è che il professor Carl Seeband, scampato al processo dopo la guerra e che da allora si è dedicato interamente all'ideologia socialista della DDR (Repubblica Democratica Tedesca). Kurt non sa che Seeband è il responsabile della morte della zia e Seeband non sa che Kurt è il nipote di una delle sue vittime. Dopo breve tempo Elisabeth rimane incinta, cosa di cui il professore si accorge prima ancora che i giovani lo rendano noto. Il professore vede il giovane Kurt come "geneticamente inferiore" e quindi inadatto a dargli dei nipoti e decide di fare di tutto per distruggere il rapporto. Inventando dei problemi che la ragazza avrebbe avuto in giovane età e che metterebbero a rischio la sua vita in caso di gravidanza, le procura l'aborto, confidando che ciò faccia allontanare Kurt ed Ellie. Dopo gli studi a Dresda, Kurt viene incaricato di realizzare un grande affresco murale in stile socialista, compito che accetta solo per guadagnare soldi.

1962. In occasione del conferimento della medaglia Robert Koch come "Meritevole Medico del Popolo" Seeband viene portato alla centrale del KGB. Il comandante sovietico che lo ha salvato diversi anni prima rientra a Mosca e non può più garantire la sua incolumità. I famigerati medici delle SS sono stati tutti catturati, ad esclusione del Comandante Kroll e del Coordinatore Medico della regione di Dresda per l'esecuzione dell'Eutanasia, che era appunto il ruolo di Seeband. Le indagini potrebbero quindi riaprirsi e non potendolo più proteggere il comandante sovietico gli consiglia di espatriare in occidente. Anche in quest'ultima occasione Seeband difende il suo ex comandante nazista. Kurt ed Ellie, superato il dramma dell'aborto, si sposano. Pochi giorni dopo i genitori di Ellie lasciano la DDR e poco dopo anche Kurt ed Ellie decidono di fuggire verso ovest, passando a Berlino Ovest, cosa che riescono a fare proprio pochi mesi prima della costruzione del muro. Kurt ed Ellie si trasferiscono da Berlino a Düsseldorf dopo aver appreso che lì si sta sviluppando un nuovo movimento artistico. Anche se ha già 30 anni, Kurt dichiara di averne 26 per essere ammesso all'Accademia delle Belle Arti, dove frequenta le lezioni del misterioso professor Antonius van Verten. Qui entra in contatto con l'arte moderna del dopoguerra tedesco, periodo in cui la pittura sembra aver ampiamente fatto il suo tempo, ma tutto il resto sembra possibile. Tutto è molto diverso da quello che ha imparato nella DDR. Ellie trova lavoro come sarta in una fabbrica di abbigliamento. I tentativi della coppia di diventare genitori falliscono e ad Ellie viene comunicato che non potrà avere figli. La donna sospetta che il padre, pur di non avere nipoti da Kurt, l'abbia resa sterile.

Dopo l'entusiasmo iniziale e la produttività artistica, Barnert entra in un periodo di crisi, scatenato anche dal giudizio del professor van Verten, secondo cui la sua arte è solo formalmente interessante, ma non è espressione della propria interiorità. Per disperazione brucia tutte le sue opere. In occasione di una visita ai suoceri, Seeband rimprovera Kurt di avere trent'anni e non avere ancora un lavoro e Kurt accetta che il suocero gli trovi un lavoretto alla clinica di Dusseldorf, dove si ritrova a pulire le scale come faceva il padre. Quando Kurt legge sul giornale che il più importante responsabile delle eutanasie della Seconda Guerra Mondiale è stato arrestato, comincia a copiare fotorealisticamente la fotografia in bianco e nero del criminale nazista. Dopo aver copiato la foto dell'esperto, che era stato il superiore di Seeband, Barnert si rivolge ad altre foto: una fototessera del suocero, una foto della zia che lo tiene in braccio da piccolo e vari collage. Quando Seeband, in visita allo studio di Kurt, vede un quadro raffigurante un collage della propria testa con quella del medico arrestato ed il volto della zia assassinata di Kurt, perde la calma e fugge. Kurt probabilmente non capisce deliberatamente le connessioni scoperte, ma si rende conto che deve lasciarsi guidare dalla sua intuizione, perché in questo modo può riconoscere cose che non sono accessibili all'intelletto. Le sue foto sono più intelligenti di lui.

1966. Quando ormai la coppia ha rinunciato alla speranza di avere un figlio, Ellie rimane incinta. Kurt Barnert si è finalmente ritrovato con la sua arte, che gli permette anche di venire a patti con i traumi della sua infanzia e della sua giovinezza. Alla sua prima mostra, tenutasi a Wuppertal, i suoi dipinti sono stati riconosciuti, ma la stampa ha frainteso completamente i suoi quadri. A causa delle sue affermazioni protettive, secondo cui le immagini non hanno nulla a che fare con la sua vita, ma semplicemente riproducono meccanicamente le fotografie o vanno intese come un omaggio ad altri artisti, egli è riconosciuto come originale e artistico, ma il suo lavoro è descritto come un'opera senza un autore, un'opera che ha così poco a che fare con lui che difficilmente si può parlare di paternità in senso convenzionale. A Kurt non importa, perché ha imparato a fidarsi del potere dell'arte onesta. Sa che i giornalisti e il pubblico comprenderanno il suo lavoro istintivamente, inconsapevolmente, così come lui stesso ha capito le cose che ha elaborato nelle sue opere inconsapevolmente e istintivamente. Così, ad un livello diverso, crea un'opera senza autore.

(Fonte Wikipedia) 

Un sacco Carlo Dal teatro al cinema alla tv


Un sacco Carlo è un appassionante viaggio in compagnia dei personaggi immortali creati dalla mente ispirata di Carlo Verdone.

Il mondo dei burattini è il punto di partenza, l’ingresso nel mondo dello spettacolo di Carlo.

Poi il teatro Off, l’Alberichino e l’Alberico con lo spettacolo Rimanga tra noi dove porta in scena undici personaggi appartenenti a un’umanità definita da Verdone periferica, suburbana, coatta.

Soprannominato il Fregoli di Ponte Sisto, Carlo si esibisce a Torino nel programma Non stop e da lì la sua corsa sarà inarrestabile.

In questa carrellata di personaggi, di programmi televisivi e interviste, è particolarmente divertente l’esibizione nei panni di Quintilio Baracca (in foto), l’ultimo garibaldino che stravolge la vita di Garibaldi trasformando la storia in una macchietta. 

L’intervista più bella è sicuramente quella di Corrado Augias a Verdone e le sue considerazioni su Seneca, attingendo alla sua preparazione umanistica.

È stato un bel viaggio anzi un viaggio un sacco bello quello fatto questa sera su Raiplay.

Consiglio la visione di Un sacco Carlo nel giorno del suo compleanno.

Auguri Carlo 🥂



Sr Gawain e il Cavaliere verde

 Approda su Amazon Original Sir Gawain e il Cavaliere Verde (The Green Knight), un film del 2021 prodotto, scritto, diretto e montato da David Lowery.

La pellicola è ispirata al poema cavalleresco Sir Gawain e il Cavaliere Verde.

Gawain è il nipote di Re Artù e appartiene ai Cavalieri della Tavola Rotonda. Ama la vita e l’avventura e per questo compie un viaggio alla ricerca del gigante verde comparso a Camelot e a cui il giovane taglia la testa senza ucciderlo. La promessa è che tra un anno esatto sarà ricambiato lo stesso gesto anche se Gawain è mortale.

La vicenda, ispirata al poema cavalleresco del ‘400 nella versione cinematografica è caratterizzata da simbolismi, dialoghi serrati ed è estremamente forte l’impatto visivo.
Le immagini sono eloquenti come gli sguardi e le azioni del protagonista interpretato da Dev Patel, un ragazzo coraggioso e vitale che attraverso il viaggio alla ricerca del mostruoso personaggio, diventa uomo d’onore che per difendere la parola data, cede il suo bene più prezioso.
È un lavoro molto interessante di cui suggerisco la visione! 

PennadorodiTania CroceDesign byIole