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Dall’inferno il coraggio della denuncia. Il dramma di Carlo Petrini

Debutto nazionale per Giuseppe Manfridi autore, interprete e regista dell’atto sesto di Diecipartite , “Il gesto di Pedro” in scena dal 26 gennaio al 5 febbraio 2017 al Teatro dell’Angelo, progetto nato da un’idea di Daniele Lo Monaco, che ne cura anche l’organizzazione. “Dopo quattro anni torna Diecipartite con il suo nuovo Atto VI – afferma Giuseppe Manfridi –  dedicato all’odissea umana, spirituale e sportiva del calciatore Carlo Petrini, detto Pedro, scomparso nel 2012. Petrini è stato autore di vari libri tra cui “Nel fango del Dio pallone” (pubblicato nel 2000 dalle edizioni Kaos), una violenta rapsodia autobiografica capace di suscitare un vero e proprio terremoto nel mondo del calcio.
In una partita giocata il 14 dicembre del ’75, Petrini, che vestiva allora la maglia giallorossa, si rese protagonista di un gesto tanto semplice quanto sconcertante al punto da essere rimasto inciso nella memoria di tutti coloro che erano presenti quel giorno allo stadio. Dopo essersi divorato nei primi minuti di gioco una serie di gol già fatti, Pedro, mortificato, conquistò il centro del campo, e alzando la mano destra come in segno di resa chiese scusa a tutto lo stadio. Pochi minuti dopo segnò il gol della vittoria.
di Tania Croce

Hertzko Haft, la storia di un pugile nei campi di sterminio

144738
1942
Giorno X
Località X
Polonia

Si ripetono in modo cadenzato e straziante i numeri impressi sulla pelle di Hertzko Haft, meglio noto come "La Belva Giudea", soprannome che dà il titolo al testo di Gianpiero Pumo, protagonista della pièce insieme a Filippo Panigazzi, con la regia di Gabriele Colferai nello spettacolo prodotto da Dogma Theatre Company e patrocinato dalla Comunità Ebraica di Roma, dal CONI e dalla Federazione Pugilistica Italiana, nonché vincitore del premio Miglior Regia al festival Shortlab 2018 e meritevole di menzione dal Teatro di Roma nella Giornata della Memoria 2019.
Colpire per salvarsi, colpire per uccidere 75 volte, è l'unico modo per sopravvivere. E questo il pugile polacco e mastodontico lo ha capito in tempo, il tempo giusto per combattere e per difendere il suo amore per Leah.
Cinque round di narrazione e battiti, flash back e coraggio. Il cuore e i guantoni colpiscono per ricordare e distruggere il passato, quello dei campi di concentramento, un luogo X in Polonia con un numero sul braccio e la boxe come salvezza.
Morire o vivere? Avere un sogno da difendere, un nome da recuperare, un destino scritto, quello da pugile che riesce a lasciare l'Europa per trasferirsi in America e farsi conoscere e riconoscere dal suo amore mai dimenticato.
Il regista Gabriele Colferai colloca sul ring ricostruito sul palcoscenico dell'Off Off Theatre, le azioni di Gianpiero Pumo e di Filippo Panigazzi, dapprima giornalista del Times e poi suo figlio, depositario di una storia che ha la necessità di essere raccontata, quella del pugile Haft, suo padre.
L'omaggio alla noble art e il ricordo delle vittime dell'Olocausto risuona in questo singolare spettacolo teatrale e fortemente cinematografico, in cui le immagini si susseguono emozionando e l'applauso del pubblico è caloroso per la pièce di forte impatto che sarà in scena fino al 2 febbraio 2020 all'Off Off Theatre.


di Tania Croce

Maratona di New York di Edoardo Erba

Avendo inaugurato la pagina di sport di Pennadoro, ne approfitto per condividere recensioni dedicate allo sport...

E’ buio pesto e un’atmosfera mistica pervade la piccola sala che accoglie come un cucciolo in una foresta senza alcun riparo, un uomo in tuta grigia e calzini di spugna. L’uomo piegato per terra non è un cucciolo, è Mario (Andrea Scoscina) un atleta in erba, che dopo mille perplessità si desta per iniziare la sua corsa al fianco di Steve (Ferruccio Cinti), se riesce a trovare la forza per allenarsi. Correre come se fosse il modo vincente per raggiungere degli obiettivi, correre per liberarsi dalle paure, per conquistare l’autostima, il mondo, anzi... New York, è quel che Steve spiega a Mario. E per raggiungere un traguardo come la maratona di New York, sarà necessario allenarsi con costanza e dedizione, sputando sangue per ottenere la preparazione adeguata. Mentre corre, Steve cita il primo maratoneta della storia: Filippide, per esortare il suo compagno malaticcio e debole che arranca dietro di lui con il volto teso e sfiduciato nelle sue possibilità. Filippide nel 490 a.C. (data della battaglia che oppose gli Ateniesi ai Persiani, nella piana di Maratona, a poco più di 40 km da Atene) nella storia raccontata da Erodoto, svolgeva la professione di emerodromo, ovvero l'emissario di generali e politici che trasmetteva i messaggi semplicemente... correndo da un punto all'altro della Grecia. Filippide non percorse solo il tratto da Maratona ad Atene per annunciare la vittoria degli Ateniesi sui Persiani, come forse tutti ricordano; infatti, pochi giorni prima aveva fatto, sempre di corsa, il tratto Atene-Sparta e ritorno (500 km) in poco meno di 48 ore, per cercare aiuto presso gli Spartani, prima che la battaglia iniziasse. La leggenda dice anche che Filippide, al termine dell'ultima corsa Maratona-Atene, morì per il grande sforzo fisico. Però aveva corso, era morto per una giusta causa e con questa storia Steve si esalta nei primi dieci minuti di corsa mentre il suo amico, avverte un senso di spossatezza enorme. La parola, il racconto autobiografico di Mario e il cinismo di Steve, portano i due atleti a 30 minuti di allenamento anche se le fitte alla milza di Steve sono lancinanti. Ad un tratto Mario cade e la corsa s’interrompe. Il momento di pausa è fatto per riflettere e per prendere una decisione: andare avanti oppure ritirarsi. Si torna a correre. Il coraggio di Mario vince la sua paura iniziale e spicca il volo, superando l’amico che ha perso terreno. La sfiducia svanisce e nasce un uomo nuovo ormai pronto ad affrontare qualsiasi ostacolo. "Maratona di New York non ti temo", sembra gridare Mario mentre continua a correre. Si spengono le luci ed il buio ora è colmo di speranza e di sogno. 

(Roma, Teatroinscatola, 14 febbraio 2009)

Avrei voluto essere Pantani all'Ambra alla Garbatella dal 12 al 17 gennaio 2016

Sulla scia dell'amato sound di Charlie Parker, il jazzista preferito dal 'pirata', si snoda il monologo di Davide Tassi, gregario appassionato nella finzione scenica dove ripercorre le tappe salienti della carriera sportiva e umana di Pantani, forse il ciclista più carismatico e amato dagli italiani e la cui vicenda è avvolta nei meccanismi incomprensibili e cinici di un sistema a tratti disumano e subdolo, che ha ingoiato sia i campioni che i loro medici e allenatori. 
La bicicletta, è l'unico e indispensabile oggetto scenico ad evocare gli indimenticabili scatti in salita di Pantani che gli valsero le vittorie sia del Giro d'Italia che del Tour de France e lo suggellarono come il campione in grado di raggiungere la vetta e toccare il cielo a braccia aperte, spingendo semplicemente e vigorosamente sui pedali così da consentire al suo pubblico di volare insieme a lui nei sogni di gloria di quegli anni esaltanti, ai quali si alternarono incidenti di ogni sorta, la squalifica e la tragica, prematura scomparsa, sotto gli occhi increduli di tutti, perché lui era il campione di tutti.
In punta di piedi entra Alessandro Donati, a parlare con amarezza e autenticità, perché ha scelto di mettersi dalla parte giusta attraverso il suo libro contro il doping.
L'applauso del pubblico è stato rispettoso, quasi un silenzioso e amorevole omaggio al 'pirata', con immenso apprezzamento per colui che ha scelto di ricordarlo, nitidamente e intensamente come ha saputo fare Tassi.

di Tania Croce

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