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A proposito di talento con la drammaturga e scrittrice Alma Daddario

Ho il piacere di avere un'amica drammaturga e scrittrice come Alma Daddario che ha dato luce al libro Uccise dal talento edito da Porto Seguro in collaborazione con la psicologa Paola Dei,  con storie di donne famose la cui esistenza è stata condizionata inevitabilmente dal successo e dalla propria arte.
Prima di parlare di questo libro, riporto un suo pensiero sul teatro. 

 In questo momento mi sembra molto inerente ai tempi che stiamo vivendo questa dichiarazione di Paolo GrassiIl teatro per la sua intrinseca sostanza è fra le arti la più idonea a parlare direttamente al cuore e alla sensibilità della collettività. Noi vorremmo che autorità e giurie comunali si formassero questa precisa coscienza del teatro, considerandolo come una necessità collettiva, come un bisogno dei cittadini, come un pubblico servizio alla stregua della metropolitana e dei vigili del fuoco.

Alma compose un'opera straordinaria come Pancrazio, la libertà di avere paura un testo originale: una sorta di riscrittura contemporanea del mito di Pan, il semidio metà capra metà uomo, abbandonato dalla madre per la sua spaventosa bruttezza, inventore del flauto. Un testo “straordinario per originalità e impatto emotivo”, come è stato definito da alcuni critici. Pancrazio cresce con un’inevitabile e insaziabile fame d’affetto, che cerca soprattutto nelle donne. Maldestri tentativi di seduzione ai limiti della violenza, situazioni paradossali e anche comiche, si alternano ad alterchi con il genitore, a farneticazioni oniriche con figure femminili portanti, in quello che ci è apparso un vero e proprio viaggio nell’inconscio attraverso dubbi e paure che in fondo appartengono a tutti noi. Non si risparmia in questa non facile prova d’attore Simone Migliorini, che dando voce a tutti i personaggi, dimostra un virtuosismo e una sensibilità singolare. Ma altri virtuosi contribuiscono alla magia della messa in scena: il maestro David Dainelli, che ha firmato le musiche originali, al piano, la talentuosa violinista Angela Zapolla e l’ispirata danzatrice Carlotta Bruni, che evoca i fantasmi di un femminino onnipresente seppur sfuggente.


Il mito è qualcosa che non è mai accaduto, ma che in realtà accade sempre



Uccise dal talento. La sinossi

Dodici donne. Dodici artiste. Dalla brillante Frances Farmer a Maria Callas e il suo carisma, da Edith Piaf, passerotto dalla voce potente che ne sovrastava il corpo, alle bambine prodigio Judy Garland e Natalie Wood per continuare con Veronica Lake, sfruttata dal marito. E ancora: la bellissima e fragile Vivien Leigh, l'appassionata e ingenua Annamaria Pierangeli, unico grande amore di James Dean, la candida e scandalosa Linda Lovelace, la sfortunata Laura Antonelli, l'irruenta e ribelle Lupe Velez, la venere nera Dorothy Dandridge, prima attrice afroamericana a ottenere una nomination agli Oscar. Dodici persone dotate di talento che hanno lottato per trovare il loro posto in un ambiente difficile, sfruttate dalla società, dalla famiglia, da chi sosteneva di amarle. Differenti le loro storie, differenti i periodi storici ma uguali nelle fragilità, nei desideri, nella costante ricerca dell'amore, nelle fini tragiche e violente. Dodici artiste che hanno lasciato il segno e fatto la differenza nel magico e spaventoso mondo dello spettacolo.


Alma Daddario, autrice teatrale, giornalista e scrittrice, laureata in “Lingue e letterature straniere”, vive e lavora a Roma, dove svolge la sua attività collaborando con le testate giornalistiche: Elle, Sipario, Il Messaggero di Sant’Antonio, Orizzonti, La Nuova Ecologia, Global Press, Free Lance International Press, Noi Donne, Tiscali ambiente. Come autrice teatrale nel 1997 per “Siamo tutti…libertini”, regia di Walter Manfrè, ha ricevuto il premio “Stanze Segrete”, e nel 2002 il  premio Fondi la Pastora per il testo “Io…Ero”.
Ha inoltre rappresentato:  “Albertine o della gelosia”, “L’anima e la voce”, “Le confessioni”, “Ritmo spezzato”, “Mare Nostrum”, “Le attese: moods for love”, “Come nebbia sottile o lieve sogno”, “Matilde di Canossa: la legge, il cuore, la fede”, “Ero e Leandro: ask me no more”, “Pancrazio, la libertà di avere paura”, “Clitennestra”.
Ha pubblicato saggi sulla scrittura creativa, tra i libri: “Notti e giorni”, “Se scrivere potesse dire” , “La nebulosa del Caso Moro” , “Strani frutti e altri racconti” e “Oltre la quarta parete”, raccolta di testi teatrali edito da ChipiùneArt. Con la scrittrice Dacia Maraini ha collaborato, presso il Centro Internazionale Alberto Moravia, alla realizzazione di seminari di drammaturgia. Dal 2003 fa parte della giuria del premio teatrale: “Ombra della Sera” per il Festival Internazionale del Teatro Romano di Volterra. E’ membro del Centro Nazionale di Drammaturgia Italiana Contemporanea CENDIC e fa parte della giuria del concorso internazionale di drammaturgia contemporanea: L’Artigogolo, organizzato dall’editrice ChiPiùneArt.
Si occupa di eventi culturali e uffici stampa per la D&C Communication.

Patrizia Saccà, tra sport e yoga sulla via del benessere. L'intervista

Patrizia Saccà, campionessa paralimpica e insegnante di yoga e di vita, è la terza autrice di Un Tris di Cuori, il libro edito da Il Rio che ci condurrà attraverso le sue parole, sulla via del benessere.

Intervista di Tania Croce

Tania Croce) Nel cuore risiedono le ansie dell'uomo e l'amore ma il cuore è il motore del nostro corpo e delle nostre azioni. Sei d'accordo?

Patrizia Saccà) Credo che le ansie non arrivino dal cuore ma dalla mente come mi insegna lo yoga. 



Il cuore è sempre quieto se lo si ascolta dal cuore; è sempre la mente che inquina è solo lei che parla e proietta. Ogni volta mi sono mossa con il cuore non ho mai preso un abbaglio. IL CUORE SA SEMPRE, solo che molte volte si ascolta la mente, confondendola con il cuore.
Mooji un grande maestro spirituale ci dice: "sappiate che il vero Cuore e la mente illuminata sono uno, l'amore è il profumo dell'essenza".
Penso che quando ami lo senti perché il tuo cuore vibra di gioia, te ne accorgi quando sei in estasi davanti ad un cielo ricco di nuvole da leggere o un tramonto o l'aurora boreale o negli occhi di un neonato, l'amore è dove non c'è attaccamento, e quando non c'è attaccamento e senti PER DAVVERO le farfalle nella pancia e sei felice senza motivo, sei felice e basta, quello secondo me è l'amore!



Tania Croce) Il vero limite è sopravvivere?

Patrizia Saccà) La sopravvivenza può sembrare terribile se lo fai con tutto ciò che possiedi e non ne sei consapevole e vivi stagnante...
Se invece sei in India e sei in un campo e mangi solo piccole banane, quella sopravvivenza è meravigliosa!
Tutto dipende da dove si è e come si guardano le cose, il mio motto è guardare oltre... quindi sì alla sopravvivenza se devo morire di fame, no alla sopravvivenza se mi cibo come un parassita di vittimismo e vivo stagnante.

Tania Croce) Il destino o fato, è spietato a volte e devastante, però dal dolore si può ripartire per rinascere. Quanto e in che modo la scrittura può essere terapeutica?

Patrizia Saccà) Il dolore è certamente il nemico finché non lo comprendi e accetti, poi diventa il tuo insegnante ed anche la scrittura lo è! Scrivo da quando ero bambina dalla terza elementare, con diario e lucchetto degli anni '70-'80  quaderni a righe, a quadretti, senza righe, moleskine fino al tablet. Vagonate di scritti, adoro scrivere, poi amo il profumo della carta, la scrittura, guardare la grafia... ho scritto per molto tempo anche con la penna stilografica, affinché fosse quasi una meditazione, aiuta ad essere analitici, a leggersi dentro in solitudine e infine a darsi agli altri, per dire si può! 
Ci vuole coraggio a farlo per davvero!
Per me è stato sempre terapeutico, da puerili poesie a racconti, a puro diario giornaliero o dei viaggi che ho fatto. Qualcosa che rimane un po' come la fotografia ma ha un altro sapore. E' arte la scrittura!!!
Che meraviglia!!! ci sono i talenti, gli scrittori che ti incantano, che non smetti di leggere o non vedi l'ora di riaprire quel testo... Quando gareggiavo scrivevo sui match importanti: le mie insicurezze, le strategie usate e non usate, mi è servito tanto, lo insegno anche ai miei allievi. Perché quando poi incontri di nuovo l'avversaria, parti da qualcosa di conosciuto di te e di lei, nel caso di una gara. Insomma scrivere è amore!

Tania Croce) A chi dedichi il vostro libro?

Patrizia Saccà) Il nostro è un libro che parla di vita vera, siamo come una matrioska uno dentro l'altro con forme diverse, per trasmettere la bellezza ed anche raccontarsi senza paure, la paura è il contrario dell'amore il nostro libro vuole essere proprio tre cuori. I miei tre cuori sono il mio amato zio Luigi che per me è stato mio papà, Federico mio giovane amico e Roberto mio meraviglioso ex marito che anche se ex, rimarrà sempre la mia anima gemella... e poi a tutti quelli che come me, guardano oltre il possibile, come noi Tris di Cuori Paolo e Sara

Tania Croce) Ci sono altri progetti che vi vedranno di nuovo insieme, uno spettacolo tratto dal libro?

Patrizia Saccà) Magari, uno spettacolo wow!
Cuoricina-Sara (come la chiamo io) un po' scherzando un po' no,  parlava di un film. Perché no? sì certo... solo se il regista è Almodovar o Özpetek le ho risposto, perché loro parlano di vita vera... e quindi dissi "chiami tu Paolo? "
A parte le battute, abbiamo in mente di farne un audio-libro in modo che possa essere letto da persone cieche o ipovedenti.
Poi, in questi ultimi anni ascoltare i libri è diventato più abituale rispetto ad un tempo, nei lunghi viaggi in macchina, a casa ed anche in una degenza in Ospedale può essere simpatico. Ultimamente piace, Per cui sì, oltre alle presentazioni che abbiamo in giro, ecc. ecc... questo è certamente il prossimo nostro obiettivo. Ho suggerito di leggere ad ognuno di noi la nostra parte, vita vera voce vera...

                                In foto Sara Rubatto, Paolo Fresi, Patrizia Saccà

Cuore, amico cuore. La coautrice di Un Tris di Cuori Sara Rubatto. L'intervista

Oggi con immenso piacere pubblico la seconda intervista dedicata al libro Un Tris di Cuori di Patrizia Saccà, Paolo Fresi e Sara Rubatto che oggi mi ha concesso un'intervista che sarà difficile dimenticare e che desidero condividere per invitarvi a leggere questo libro, a scoprire la storia di questi tre meravigliosi cuori che hanno battuto all'unisono nelle pagine del libro edito da Il Rio.


Intervista di Tania Croce

Tania Croce) Nel cuore risiedono le ansie dell'uomo e l'amore ma il cuore è il motore del nostro corpo e delle nostre azioni. Sei l'autrice femminile accanto a Patrizia Saccà, a raccontarmi la preziosa storia contenuta in questo libro del cuore. Me ne vuoi parlare?

Sara Rubatto) Cuore, amico cuore!
Sono circa 22 anni che lotto con lui per continuare a vivere. Una battaglia che, solo oggi dopo lunghi anni, ho trasformato in una strada di vita a 360°.
Cura verso me stessa, rispetto del mio corpo, delle mie emozioni e dei pensieri e il tutto riportato verso le altre persone che si trovano ad avere un cuore mal-funzionante. 
Sì perché il mio cuore non è più un organo normale come quando avevo 19 anni e oggi GRAZIE ai suoi difetti che mi hanno fatto soffrire ma mi hanno dato anche la possibilità di cambiare interiormente e cambiare lo stile di vita, posso veramente testimoniare che questo organo non è solo un generatore di battiti elettrici ma è la centralina della vita.
Il cuore sa parlare ed in questi anni ho imparato a fermarmi qualche istante dalla frenesia di questo mondo e mettermi in suo ascolto.
Ecco che da nemico che lo consideravo perché mi ha tolto una carriera sportiva, perché mi ha privato di sogni che avevo nel cassetto, ho sentito che era invece un grande alleato; il mio grande alleato.
E la vita è iniziata a cambiare. 
Io sono iniziata a cambiare.
Quel "non aver più paura della paura" che c'è nel nostro cuore ha lasciato spazio al prendermi cura di me stessa e dell'altro senza paura ma con tanta gioia e serenità.
Credo che l'amore sia anche questo.

Tania Croce) Il vero limite è sopravvivere?

Sara Rubatto) Per quanto mi riguarda, il vero limite è la paura.
Sopravvivo quando mi lascio dirigere da quest'emozione capace di soffocarmi.
Quella paura che non mi rende libera di essere quello che sono: in cammino per apprendere, per crescere interiormente, per mettermi in gioco e conoscermi sempre meglio.
Sopravvivo quando non mi ascolto dentro, quando non ascolto questo cuore che parla e mi lancio nella vita seguendo preconcetti e modi di fare che ho imparato nel tempo.
Imparare a "correre più lentamente" per ascoltare quel limite che c'è dentro di me, poiché nulla è mai fuori ma sempre in me, costruito da me stessa e con tutta la consapevolezza che posso avere cercare di fare un passo avanti.

Tania Croce) Il destino o fato, è spietato a volte e devastante, però dal dolore si può ripartire per rinascere. Quanto e in che modo la scrittura può essere terapeutica?

Sara Rubatto) La scrittura è quella terapia, senza effetti collaterali, capace di fare stare meglio dentro e chissà anche di iniziare un lento processo di guarigione. Senz'altro emozionale.
Dalla scrittura ho imparato a mettermi in gioco, a fermarmi, sentirmi, a riflettere, e far riemergere sofferenze e gioie e a lavorarci su.
Scrivere è un farmaco salvavita. 
Dopo l'autobiografia scritta dal titolo Non ancora (il mio ritorno alla vita) e il libro scritto con Patrizia Saccà e Paolo Fresi dal titolo Un Tris di Cuori, tanto dentro di me è cambiato.
Perché come dice sempre: "Cambiare si può... solo se si vuole e se si è pronti".

Tania Croce) A chi dedichi il vostro libro? Ci sono altri progetti che vi vedranno di nuovo insieme, uno spettacolo tratto dal libro?

Sara Rubatto) Dedico Un Tris di Cuori a mio fratello Lorenzo con tanto affetto come gratitudine infinita per Esserci sempre nella mia vita.
Di altri progetti chissà...

In foto Paolo Fresi, Patrizia Saccà e Sara Rubatto

Il racconto del cuore di Paolo Fresi. L'intervista

Al Circolo dei lettori di Torino, il 19 dicembre 2019, è stato presentato Un Tris di Cuori, un diario in cui sono contenute tre storie, tre destini da conoscere, comprendere e amare.
Parlai con Paolo al telefono e mi colpì la sua sensibilità, il suo amore per la vita, la letteratura e le parole, il suo coraggio.
La voglia di raccontarsi ha dato luogo a questo libro. Ne vorrei parlare con Paolo Fresi che ci ha rilasciato un'interessante intervista, attraverso la quale viaggeremo dentro il libro edito da Il Rio.

Intervista di Tania Croce

Tania Croce) Nel cuore risiedono le ansie dell'uomo e l'amore ma il cuore è il motore del nostro corpo e delle nostre azioni. Il libro a tre voci nel quale s'insinua la tua, l'unica maschile, accanto a quelle da usignolo di Sara Rubatto e Patrizia Saccà, è il tuo canto del cigno. Me ne vuoi parlare?

Paolo Fresi) Ho sempre pensato che la vera disabilità sia non aver cuore e non avere empatia... perché puoi avere tutto ma se non sai amare non sei niente! 
La mia visione maschile è stata contemperata da quella femminile di Patrizia e Sara votata all’ascolto... il cuore in fondo è la sede fisica delle emozioni e dei sentimenti... il mio è stato messo a dura a prova ma ha capito che ciascuno di noi ha uno scopo... un servizio in cui cimentarsi in questa vita... e raccontare come reagire non significa indurirsi... più ti apri alla vita... più essa ricambia!

Tania Croce) Il vero limite è sopravvivere?

Paolo Fresi) Il vero limite è non vivere appieno il senso di se, è rinunciare a cercarlo... la vita ci chiede questo 

Tania Croce) Il destino o fato, è spietato a volte e devastante, però dal dolore si può ripartire per rinascere. Quanto e in che modo la scrittura può essere terapeutica?

Paolo Fresi) Il fato... quella quota imponderabile rispetto alle nostre azioni, può essere cinica e devastante ma raccontare e testimoniare è essenziale per se e per gli altri... sfoghi la parte interiore e fai immedesimare chi soffre nel tuo e nel suo dolore e puoi aiutare a far trovare una nuova via per continuare 

Tania Croce) A chi dedichi il vostro libro? Ci sono altri progetti che vi vedranno di nuovo insieme, uno spettacolo tratto dal libro oppure?

Paolo Fresi) Dedico il mio libro a tutti gli amici... il taglio sociale di tutte le nostre iniziative è preminente e siamo aperti a nuove prospettive... certamente!
                                             
                                        In foto Sara Rubatto, Patrizia Saccà e Paolo Fresi

Anna Shirley, una deliziosa orfanella

Sedotta dai dialoghi di Anna Shirley, la tredicenne dai capelli rossi nata dalla penna di Lucy Maud Montgomery e dopo aver visto i film e i cartoni animati ispirati a questa deliziosa orfanella, ho deciso di ordinare il libro che mi ha piacevolmente accompagnato la sera, l'ultima fino alle 2.30 di notte, mossa dalla voglia di congedarmi in bellezza da questo straordinario volume.
 L'autrice canadese attingendo al secolo denso di romanzi pieni di tribolazioni familiari l'800, colmo di orfanelli disperati, ha saputo compiere un'operazione audace: creare un personaggio vincente che si riscatta, combattendo lo stereotipo dell'orfanella, dotata di fantasia, ottimismo, vitalità e doti elevate per una ragazzina della sua età e che trova in Marilla e Matthew due figure di riferimento, degli educatori modello i quali prendendosi cura di lei, le permettono di dare un senso alla sua vita piena di privazioni e dolore.
E' solo il primo degli otto volumi dedicati a questo straordinario personaggio il cui colore di capelli differente dalla norma, la rende effettivamente speciale e unica.
Il testo edito dalla Bur Rizzoli, contiene una postfazione di Antonio Faeti che definisce il libro un classico della letteratura per l'infanzia e citando Italo Calvino,  ricorda che "i veri classici sono quei libri che non hanno mai finito di dire ciò che hanno da dire".
Lo consiglio vivamente.


di Tania Croce


Immersione nel 'pappamondo' di Fabrizio Blini

Riemersa dalla visione del 'pappamondo' di Fabrizio Blini contenuta ne Le sacre fritture, potrei dire per restare in tema che questo libro sia un gustoso capolavoro di cake design diviso in tre fette: Genesi del pensiero grasso, Souperman e Gole profane, dove i termini sapientemente scelti sono volutamente e ironicamente onomatopeici per far sì che anche le parole siano commestibili. 
Nell'ultima opera di Blini è osservata la società dei 'benestonti' in cui "lo stomaco è l'organo principale del nuovo corpo sociale" e lo chef  è un mito, un vero e proprio guru, persuaso "di svolgere un'attività d'importanza vitale come la chirurgia neonatale" e certo di "possedere la ricetta della pietanza filosofale".
Nel viaggio tra le tipologie degli chef e le abitudini dell'uomo mediamente ingordo che si barcamena tra banchetti, grigliate, pic nic e apericene, si ride durante la lettura dell'ultima opera di Fabrizio che non solo diverte ma fa riflettere sul rapporto con il cibo che sta condizionando le nostre esistenze, mettendo a repentaglio la nostra vita.


di Tania Croce

Le sacre fritture. Il culto dell'ingordigia. L'intervista

Fabrizio Blini nella sua biblioteca ha avuto il dispiacere di ostentare come ci racconta in Storie di Ordinaria Corsia, una Treccani di cartelle cliniche, un libro di successo sul mondo visto dalla parte del pigiama. Con la sua ironia giungono nuove riflessioni e l'ispirazione per scrivere Le sacre fritture. Il culto dell'ingordigia. 

La tua ultima opera contiene un vademecum e indicazioni sul mangiar sano oppure riflessioni sulla reale necessità dei programmi di cucina che ormai spopolano in Tv?

La moltiplicazione indiscriminata di programmi Tv, talent show, libri e rubriche di cucina che negli ultimi anni hanno riempito la nostra cultura è l’ingrediente base del libro: il cibo straripa dappertutto e noi siamo diventati i paparazzi di ciò che mangiamo.
Un tempo l’ingordigia era peccato, poi declassato a dispiacere, ma solo a causa dei chili in eccesso. Oggi essere golosi è un comportamento lecito, per alcuni un vezzo, per tutti un diritto.
L’orizzonte intellettuale si è abbassato e non supera ormai l’altezza del frigo. Probabilmente a tavola la situazione ci è sfuggita di mano. Di sicuro ci sono sfuggite le posate che muoviamo fuori controllo.
Accendere un nuovo falò delle vanità forse è esagerato ma abbassare il fornello è consigliabile, sia per la salute, sia per l’amor proprio che per il decoro. 

Mangiare bene fa ammalare o ci si ammala coi fritti cucinati dagli chef stellati o con quelli consumati negli street food? Svelaci qualche curiosità sulla tua nuova opera...

Pensando a Ippocrate che consigliava di fare del cibo la propria medicina, mi sembra invece che l’abuso di cibo lo abbia trasformato in un’arma che ci puntiamo quotidianamente alla bocca: abbiamo deciso di adottare questa incosciente forma di eutanasia, ci suicidiamo dolcemente, a colpi di cucchiaino.
Questa Versailles gastronomica a cui assistiamo e partecipiamo è inevitabilmente attraente, ma appartiene al mondo del piacere e non del valore, tanto meno della necessità. E il piacere di divorare tutto superando i limiti di sazietà ha un costo: il pianeta è devastato come le arterie dal colesterolo, il fegato dai trigliceridi e i vestiti dall’eccesso di chiappe. 
Tutto questo onnivorismo, lo sbandieramento di pance e di opulenza non è salutare e ha la volgarità di Trimalcione, non c’è mai contegno, né pudore: l’indiscrezione è sempre seduta a capotavola.
Prima l’uomo era tormentato da dubbi cosmici e si chiedeva “C’è vita oltre la morte?” Ora gli basta sapere se qualcosa oltre la mortadella.
Le Sacre Fritture osserva i costumi, i personaggi e i vizi di un’Italia che ha smesso di pensare in grande e preferisce pensare in grasso: dalla ricerca del Sacro Grill alla pesantezza dello chef guru, dal rito del barbecue all’ultima apericena, con tutti gli abusi alimentari delle gole profane.

Mens sana in corpore sano ma siamo quel che mangiamo o che leggiamo?

Siamo sottomessi al cibo e abbiamo dato alla sana tradizione culinaria italiana una dimensione esagerata: è la religione del nostro tempo. Lo dimostra il successo sociale degli chef che sono i nuovi idoli sociali, adorati come divi e divini, come se una ricetta stellata fosse la ricetta della felicità, ma non è così.
Quando si è innamorati, o si nutre una passione sana e autentica, la fame nervosa sparisce, quasi ci si scorda di mangiare: in fondo questa gola incontenibile sa un po’ di infelicità, è patetica e anche comica come le facce a bocca piena.
Mi sembra che il celebre precetto “Non si vive di solo pane” sia stata travisato, nel senso che il pane non basta più e si è aggiunto il prosciutto il formaggio, le salse, le creme, i sottaceti e ogni altro mal di Dio. Alzare la testa da tavola farebbe bene a tutti.
Volevo chiudere con una citazione colta, ma le parole più appropriate al caso mi sembrano quelle dell’orso Balù del Libro della Giungla: “Ti bastan poche briciole, lo stretto indispensabile e i tuoi malanni puoi dimenticar… in fondo basta il minimo, sapessi quanto è facile trovare quel po’ che occorre per campar…”


di Tania Croce

RACCONTAMI IL MARE CHE HAI DENTRO AL TEATRO DEGLI EROI


Debutta al Teatro degli Eroi dal 23 al 25 novembre NOI DUE, spettacolo tratto dal romanzo “Raccontami il mare che hai dentro” di Paola Nicoletti (edizioni Pendragon), con Lorenza Guerrieri, Anna Maria Achilli (in foto) e Daniela Rosci, regia di Pier Luigi Nicoletti.
Un viaggio nel mondo di Paola e Lillo, un percorso che si snoda nell’intimo e nel quotidiano di una madre e di un figlio autistico, nelle paure, nelle preoccupazioni, nelle piccole gioie e nelle speranze. NOI DUE ci porta con occhio discreto nella loro vita privata per raccontare, al di là dei luoghi comuni, cos' è l’autismo, come si vive e come si può affrontare.
“NOI DUE, - afferma l’autrice Paola Nicoletti - è un titolo che prelude ad una storia d'amore; ed è proprio una storia d'amore che raccontiamo, la più nobile, quella tra una madre e suo figlio... autistico.
In un luogo non luogo, in un'atmosfera quasi irreale, in un mondo che cambia prospettive, una madre rivive le fasi del suo viaggio alla ricerca del passaggio a NORD OVEST per arrivare nel cuore e nella mente di suo figlio”.
Uscito nel 2017, il libro di Paola Nicoletti ha spinto l’Associazione Aicab (Associazione cantanti attori e ballerini) a dar vita a METTIAMOCI LA FACCIA, movimento nato spontaneamente tra i lettori di “Raccontami il mare che hai dentro” che hanno deciso, vista l’urgenza e la forza dell’argomento trattato, di farsi una fotografia con il libro in mano, a testimoniare ‘io ci sono, ci metto la faccia’. Da questo movimento spontaneo è nato dunque il settore dell'Aicab dedicato al sociale ed in particolar modo al mondo dell'autismo, con progetti che sposano l'arte con la terapia, attraverso la musica, e la danza.

Ufficio stampa brizzi comunicazione-Monica Brizzi 3345210057


Gianfranco Jannuzzo ne Il Berretto a sonagli al Ghione

Un po' di storia

Prima di parlare del bellissimo spettacolo visto ieri sera al teatro Ghione, in scena dal 30 ottobre all'11 novembre 2018, vorrei ripercorrere la storia della commedia in due atti di Luigi Pirandello.
Scritta nel 1916 in dialetto siciliano per Angelo Musco con il titolo 'A birritta cu' i ciancianeddi derivata dalle novelle del 1912 La verità e Certi obblighi, fu rappresentata dalla Compagnia di Musco a Roma al Teatro Nazionale il 27 giugno 1917. Nell'estate del 1918 Pirandello ne fece una versione in lingua italiana che andò in scena a Roma il 15 dicembre 1923. Dietro suggerimento dello stesso Pirandello, Eduardo De Filippo ne fece una riduzione in dialetto napoletano nel 1936.

La recensione

Compie cent' anni la nota commedia pirandelliana scritta in lingua italiana, sulle apparenze rispettabili a cui la società ci costringe e le verità per cui nessuno ci crede e tutti ci prendono per pazzi. 
La pazzia come rifugio dalla rovina sociale, è il tema portante di questa deliziosa pièce sugli uomini definiti 'pupi' da Pirandello, ognuno dei quali vuole gli si porti rispetto "per la parte che deve rappresentare fuori" e non per ciò che realmente è.
Però la vera guerra, spiega lo scrivano Ciampa (Jannuzzo) è dei due pupi: il pupo-marito e la pupa-moglie che dentro casa si strappano i capelli, ma appena fuori si mostrano sorridenti e civili in pubblico.
Secondo la morale pirandelliana infatti, siamo dotati di tre corde: la civile, la seria e la pazza, la prima e la seconda servono per garantire una convivenza degna, la terza porta irrimediabilmente alla rovina.
La gelosia della signora Beatrice (Emanuela Muni), alimentata dalle parole della Saracena (Carmen Di Marzo) secondo la quale "una casa dov'è entrata la gelosia, è distrutta", conduce la moglie del cavalier Fiorìca, il datore di lavoro di Ciampa, a svergognare pubblicamente sia il marito che Nina (Caterina Milicchio), la moglie di Ciampa.
A nulla servono le raccomandazioni di Ciampa, geloso eppure coscienzioso, consapevole ma ubbidiente alla sua corda civile per evitare lo scandalo che allargandosi come macchia d'olio, potrebbe compromettere la sua reputazione per sempre.
Dopo aver contattato il delegato Spanò (Franco Mirabella), Beatrice fa arrestare i due amanti trovati insieme e sarà solo l'inizio della rovina.
Non ci sono soluzioni se non quella suggerita dal fratello di Beatrice, Fifì (Gaetano Aronica) il quale grida: "Ma se lo scandalo è stato per una pazzia?".
Ciampa allora s' illumina e invita la signora Beatrice a rinchiudersi per qualche mese in manicomio, solo così gli equivoci si dissolveranno e tutto potrà tornare come prima.
"Niente ci vuole a far la pazza, creda a me - dice Ciampa - Basta che lei si metta a gridare in faccia a tutti la verità. Nessuno ci crede e tutti la prendono per pazza".
Il regista Francesco Bellomo ha recuperato il copione originale, aggiungendo un prologo in flashback all'inizio dello spettacolo dove gli amanti clandestini vengono colti in flagranza di reato e arrestati.
Impeccabile come sempre Gianfranco Jannuzzo a cui vanno tutti i miei applausi, accanto a un cast di bravissimi attori da Anna Malvica (Donna Assunta) ad Alessandra Ferrara (Fana) e Delia Merea (prologo).

di Tania Croce

La bastarda di Istanbul raccontata da Valentina Chico nell'intervista

Torna al Sala Umberto il racconto dei racconti: La bastarda di Istanbul. 
Dopo il successo ottenuto nella scorsa stagione e gli applausi del pubblico e l'apprezzamento della stampa, Asya (Diletta Oculisti), la bastarda che nasce in condizioni misteriose, è la depositaria di una storia da conoscere e raccontare. Sua madre, la bellissima Zeliha, è la più giovane di quattro sorelle e un fratello, che vivono in una vecchia abitazione con la mamma Gulsum (Marcella Ermini) ad Istanbul. "Zeliha è una donna indipendente a cui il destino ha dato un corpo eccezionale, è una delle donne più alte di Istanbul, è molto appariscente e vive questa sua dimensione fisica al massimo delle sue potenzialità, ama gli accessori appariscenti, il trucco e le minigonne" come afferma nell'intervista colei che la interpreta Valentina Chico e il cui personaggio "rappresenta l'anima più sfrontata della Turchia". Zeliha vuole sfidare i giudizi degli altri e le convenzioni. "L'unica gerarchia che riconosce è quella della sua famiglia, da cui è accolta e della storia sarà la vera interlocutrice di quello che poi è il segreto che lei si porta dentro, il suo dramma, la sua ferita. Prosegue Valentina "Abbiamo una Zeliha nel presente e una Zeliha nel passato che emerge alla fine dello spettacolo e che ci apre finalmente uno squarcio su quella che è la motivazione che porta questo personaggio a un'indifferenza, a mettere una corazza nei confronti del mondo perché lei si porta dietro questo segreto".
Riconosco fin dalla prima volta che l'ho visto, un'autonomia dello spettacolo rispetto al romanzo grazie all'ottimo lavoro registico di Angelo Savelli e alla capacità degli attori di creare un racconto.  Sembra infatti che il pubblico stia sfogliando delle pagine di questo romanzo. Valentina Chico mi ha spiegato che "la particolarità dell'approccio nel lavoro attoriale che ognuno di noi ha dovuto affrontare, la sfida vera, è quella che ci ha proposto il regista ossia un'operazione in cui il racconto e quindi la prosa, rimane conservata ed è la trasposizione di un romanzo, ma nello spettacolo sono mantenuti i due linguaggi: quello del discorso diretto con scene in cui interagiamo e quello del personaggio che racconta se stesso in terza persona".
"Il raccontare - conclude Valentina - diventa un altro protagonista del romanzo e dello spettacolo. Il tempo del racconto è il tempo del passato. E' un raccontare come noi decidiamo di ricordare le cose. C'è una battuta molto bella di Banu, il personaggio che interpreta Serra Yilmaz la quale dice: Perché chiediamo le cose che chiediamo, perché ricordiamo le cose che ricordiamo? e da lì parte un altro tema che è quello della rimozione storica, ossia il tema di questo spettacolo, relativamente al genocidio armeno e di questo dramma familiare. Raccontandoci in terza persona, consegniamo al pubblico il personaggio e il pubblico può girarci intorno come se fossimo una sorta di scultura ed è possibile vedere di noi anche quello che noi nel discorso diretto non diciamo e quindi siamo personaggio e siamo tutti un po' l'autrice".
L'intervista con Valentina Chico ha illuminato alcuni punti dello spettacolo che ho visto, apprezzato e recensito a marzo. 
Ne consiglio la visione perché immergersi nel passato è un modo utile e costrittivo per comprendere il presente in cui viviamo.

di Tania Croce


PennadorodiTania CroceDesign byIole