Il Teatro Roma riparte con Diamoci del tu

 Dopo aver ritirato gli accrediti, aver ricevuto la misurazione della temperatura all'ingresso del teatro, mi sono seduta nella poltrona rossa dopo più di un anno di assenza, tra distanze e mascherine, per applaudire Pietro Longhi e Gaia De Laurentiis nello spettacolo Diamoci del tu di Norm Foster, diretto da Enrico Maria Lamanna.

La commedia brillante dell'autore canadese, è proprio adatta a questi tempi, mi è sembrata la personificazione del teatro stesso che torna a darci del tu, rivolgendosi al suo pubblico per aiutarlo a superare questo momento attraverso le emozioni che solo il palcoscenico emana.

Il direttore e attore Pietro Longhi, ha rivolto parole piene d'entusiasmo al pubblico presente, ripartendo da dove si era fermato a ottobre, dopo la prima settimana di replica, per i motivi noti a tutti.

David e Lucy, questa sera, hanno raccontato una storia bellissima, quella di uno scrittore di successo di libri di spionaggio, pluripremiato e quello della sua collaboratrice domestica devota e sola.

Accade tutto in una notte ed è una notte piena di confessioni e verità taciute.

 Ma il tempo cambia le cose e le persone e spesso la solitudine può far nascere sentimenti straordinari come l'amore.

Non è mai troppo tardi per emozionarsi e questa commedia lo dimostra.

Pietro/David, ha dato voce a un uomo solitario e malato, che non ha mai ricevuto l'amore di una donna nonostante le unioni matrimoniali vissute e lo scopre per caso in una notte come tante che potrebbe cambiare la sua vita.

Gaia/Lucy intensa, commovente e appassionata, ha trascorso 28 anni nella lussuosa abitazione dell'uomo di cui s'innamora perdutamente ma ha celato il suo sentimento fino a questa notte.

Mi sono piaciuti come l'altra coppia di attori ammirati al Parioli nel 2016, sto parlando di Enzo De Caro e Anna Galiena che hanno rappresentato la commedia di Foster, emozionandomi moltissimo.

Bellissima la scenografia, le luci e l'atmosfera sognante ed elegantissima.

E' stato davvero bello tornare in teatro e quando si è chiuso il sipario ed ho applaudito, mi sono commossa moltissimo, perché  ho ripensato a quest' anno difficilissimo e interminabile.

Il teatro ha il potere di trasformare i sogni in realtà e oggi è accaduto questo.

 

Sui David di Donatello 66a Edizione

La premiazione dei David di Donatello in presenza, è stata una boccata d'aria, un po' meno lo sono stati alcuni premi mancati nonostante la nomination. Mi riferisco al film Cosa sarà diretto da Francesco Bruni con uno straordinario Kim Rossi Stuart. Nel film il regista sottovalutato si ammala e segue un percorso di cura e guarigione, chemio compresa, con un'ironia di fondo nonostante il tema trattato, che alleggerisce la visione. Nessun premio per questo splendido film che ho amato moltissimo, anche per l'ottima prova del sempre bravo Kim.

Ho provato immensa gioia per i Premi meritatamente ricevuti dallo stupendo Miss Marx, dove è messa in luce la figura rivoluzionaria di Eleanor Marx, la figlia di Karl Marx, rappresentata come una donna contemporanea, sicuramente illuminata e pronta a battersi per difendere i diritti dei bambini lavoratori e delle donne succubi dell'uomo.

La lettura di questa entusiasmante storia diretta dalla geniale Susanna Nicchiarelli, è scandita dalla musica dei Gatto Ciliegia contro il Grande Freddo e Downtown Boys che accende i momenti salienti di una vita da conoscere e restarne affascinati e che hanno vinto il David come Miglior Compositore.

Il film ha vinto altri due David: Miglior Costumista a Massimo Cantini Parrini, Miglior Produttore nei nomi di Marta Donzelli e Gregorio Paonessa per Vivo Film con Rai Cinema -Joseph Rouschop e Valérie Bournonville per Tarantulla Belgique.

La Migliore Canzone Originale è Immigrato del film Toto Tolo scritto, diretto e interpretato da Luca Medici in arte Checco Zalone e la cosa mi ha fatto piacere, per il valore interculturale del pezzo e del film, secondo riconoscimento per il film è il Premio dello Spettatore . 

Ha vinto quasi tutti i Premi più importanti Volevo Nascondermi di Giorgio Diritti, a lui il David per la Migliore Regia, a Elio Germano per il Miglior attore protagonista, Miglior truccatore a Giuseppe Desiato e Lorenzo Tamburini, Miglior acconciatore ad Aldo Signoretti, Miglior autore della fotografia a Matteo Cocco, Migliore Scenografia a Ferrario Mura e Zamagni, Miglior suono e Miglior Film.

Migliore sceneggiatura non originale a Marco Pettenello e all'amatissimo Gianni Di Gregorio per il film Lontano Lontano.

Miglior documentario è Mi chiamo Francesco Totti a Alex Infascelli, visto e apprezzato moltissimo. 

Sottovalutato il film nominato Lei mi parla ancora con uno straordinario Renato Pozzetto, che non ha vinto nulla, pur conquistando me.

Premio commovente come Miglior attrice protagonista a Sophia Loren, David Speciale a Diego Abatantuono, alla Carriera a Sandra Milo e un Premio ideale al grande assente Gigi Proietti ma presente nei cuori di tutti.

Un po' delusa, un po' soddisfatta

Di seguito qualche recensione di alcuni film premiati e nominati.

Miss Marx

Cosa sarà

Volevo nascondermi

Lei mi parla ancora

Tolo Tolo

Lontano lontano 


La favola dolceamara di Cesira

 Cesira è una cantastorie napoletana, ha occhi scuri e profondi come il mare e un cuore pieno di sogni e amare verità che desidera svelare a un passante, forse è un giornalista di Raitre quello in cui s'imbatte e che potrebbe farla diventare famosa. E' una donna chiusa da generazioni dietro a un bancarello d'acqua e limonate, sposata con un uomo che sente le voci eppure è profondamente sola. 

Gennaro Cannavacciulo indossa dopo trent'anni con disinvoltura e maestria i panni del personaggio femminile nato dalla penna di Manlio Santanelli che nasconde i suoi mustacchi dietro una mascherina, come fosse un velo e una volta scoperto il viso, ha inizio una danza piena di comicità e tragedia e di umanità.

L'atto unico è musicale, il canto introduce il personaggio che prende per mano il pubblico empatico e divertito. 

Cesira, raccontando se stessa, svela la sua Napoli colonizzata dai normanni, gli svevi, gli angioini, gli spagnoli e i borboni e soffocata dalla borsa nera della Guerra Mondiale, dove sua mamma le diede il gravoso incarico di custodire le patate e portarle a casa a qualsiasi costo.

Quando Cesira lascia la scena resta un vuoto enorme dietro di se eppure ha riempito i cuori dello spettatore d'amore e malinconia perché il male di vivere che lei racconta, ci appartiene.

Cesira è ognuno di noi, con o senza baffi.

Dotato di una voce soave, Cannavacciulo ha dato vita a un testo meraviglioso, dove si alternano svariati registri linguistici, persino imitazioni e una donna ne contiene cento, mille.

Cesira è indubbiamente un personaggio pirandelliano che scompare per imprimersi nella mente di chi ha avuto la fortuna di conoscerla, che non è in cerca d'autore, ma di verità e calore.

La regia di Savelli è essenziale e funzionale.

Oltre Gennaro c'è un attore silente come Fabio Mascagni, che non parla, beve soltanto.

Vedere il video dello spettacolo con gli applausi e i sorrisi del pubblico, mi ha fatto sentire in teatro.

Il Teatro di Rifredi riparte con il cuore, come sempre, con uno spettacolo straordinario come questo.

                                        (foto di Stefano Cantini)


Torna Cesira al Rifredi, ce ne parla Giancarlo Mordini a qualche ora dal debutto

Torna Cesira, dopo 30 anni e con lei il teatro d'appartamento.
Ultimamente il teatro di Rifredi ha adattato e prodotto opere di importanti autori internazionali da La Bastarda di Istanbul di Elif Shafak a Il Principio di Archimede e Nerium Park di Josep Maria Mirò che ho visto e ammirato, a  Sergio Blanco,  ricordando il Premio Ubu ricevuto nel 2019. Tutti gli spettacoli del Rifredi sono tradotti e diretti da Angelo Savelli a cui il Premio è stato rivolto con la seguente motivazione: "Per l'intenso lavoro di traduzione, allestimento e promozione della nuova drammaturgia internazionale".
 Per questa riapertura della sala dopo la forzata chiusura per la pandemia, ha scelto di riproporre a distanza di 30 anni un suo spettacolo "cult", interpretato da uno splendido attore come Gennaro Cannavacciulo che io ho avuto modo di apprezzare immensamente nel suo tributo a Modugno di rara bellezza. Prima del suo ritorno questa sera, siamo curiosi di conoscere alcuni particolari sullo spettacolo scritto da Manlio Santanelli, raccontati dal direttore artistico del Rifredi, il mio amico di penna e del cuore Giancarlo Mordini. 

L'intervista di Tania Croce

Chi è Cesira e cosa rappresenta? 

Abbiamo prodotto "Le tre verità di Cesira" nel 1990 quando era appena uscito dalla geniale penna di Manlio Santanelli. Fu un'esperienza unica perché il testo era una bomba ed in più perché noi lo proponevamo con una formula innovativa: il teatro d'appartamento, andando ad incontrare il nostro pubblico, spettatore per spettatore, proprio nelle loro case. Un Santanelli entusiasta seguì in parte le prime repliche e nella sua vulcanica creatività aggiunse dei pezzi creati apposta per noi e per Gennaro Cannavacciulo che si era impossessato del testo e del personaggio con una mimesi straordinaria, tanto che alcuni spettatori continuavano a rivolgersi a lui come Cesira anche dopo la fine della rappresentazione. Savelli aveva fatto un lavoro rigoroso di rispetto del testo, concentrandosi sull'essenziale del racconto e aggiungendo soltanto un personaggio muto che accompagnava Cesira nei suoi deliri, tre racconti assurdi e fantasiosi per spiegare la presenza di un paio di folti baffi sulla sua fisionomia di "donna femminile". Adesso lo spettacolo, con poche ma necessarie variazioni, si è trasferito sul palcoscenico dove non ha perso niente della sua forza e della sua capacità di raccontare un'umanità dolente ma vitalissima, in parte napoletana ma anche universale. Infine, un po' per rispettare la vicinanza del racconto agli spettori, come avveniva nelle case, un po' per rispettare le norme anti Covid e garantire maggiore sicurezza, nostra e del pubblico, abbiamo scelto di vendere solo 50 posti a sera (anche se la nostra capienza dimezzata sarebbe di 150). 

Sono curiosa di conoscere lo spettacolo che torna il 7 maggio al Teatro di Rifredi a Firenze, diretto da Pupi e Fresedde. Me ne vuoi parlare?


 Nello spettacolo c'è un elemento sul quale sono curioso di vedere stasera le reazioni del pubblico. 30 anni fa, in anticipo sui tempi, Cesira portava già una mascherina sulla bocca. Forse al pubblico suonerà come una provocazione, o un forzato ammodernamento o un'eccessivo rispetto delle regole anti Covid. In realtà la mascherina, indossata nei primi dieci minuti di spettacolo, dovrebbe servire, secondo lei, per proteggersi dall'inquinamento atmosferico, ma in realtà per nascondere i suoi folti baffi ai clienti che frequentano il suo bancariello di venditrice di limonate.

Riaprire i teatri quando la stagione solitamente volge al termine cosa significa per chi come te il teatro in realtà non lo hai mai chiuso? Mi hai raccontato che avete lavorato e provato con le dovute attenzioni nonostante lo stop imposto e le chiusure coatte. 

 I teatri sono stati chiusi al pubblico ma non all'attività. Al Teatro di Rifredi non ci siamo fermati un secondo. D'accordo con i miei soci, io ho ritenuto che per passare questo duro momento la giusta reazione fosse: LAVORO, LAVORO, LAVORO. E su questo ci siamo impegnati. Dal 1° settembre dello scorso anno, abbiamo richiamato in attività tutti i nostri collaboratori e abbiamo cercato di utilizzare al minimo il FIS, creando situazioni reali di lavoro interno. Abbiamo prodotto ben tre spettacoli che prima o poi porteremo in scena per il nostro pubblico. 

 Cosa ti aspetti da questa riapertura, sarà difficile portare il pubblico a teatro?

 Francamente ero molto preoccupato per questa repentina apertura al buio, in un periodo in cui le stagioni teatrali sono già finite o stanno per finire e senza un congruo preavviso che ci permettesse una adeguata promozione. Invece mi sono dovuto ricredere. Il nostro affezionatissimo pubblico ci ha letteralmente preso d'assalto. Anzi colgo l'occasione per annunciarti in anteprima DUE REPLICHE STRAORDINARIE dello spettacolo che abbiamo appena deciso di aggiungere, grazie alla disponibilità di Gennaro: una il venerdì 14 Maggio ore 20.00 e l'altra domenica 16 Maggio ore 16.30, con orari anticipati per rendere possibile ai tanti spettatori toscani di rientrare in tempo a casa. Un'ulteriore difficoltà, questa, per i teatri che hanno deciso di ripartire nonostante il COPRIFUOCO ancora vigente

 Quanto sarà cambiata Cesira in 30 anni? 

 CESIRA è uno quegli esempi meravigliosi di totale simbiosi tra personaggio e attore. Potrebbe raccontare mille altre storie e sarebbe credibile anche a leggere l'elenco del telefono. Sarà meraviglioso vedere Gennaro riprendere un spettacolo in cui era strabiliante già 30 anni fa e credo che in questo immediato riscontro di botteghino ci sia la più evidente dimostrazione di quanto questa stupenda "maschera contemporanea" sia entrata nel cuore dei fiorentini. Un grande spettacolo dove gli ingredienti sono solo (ma non è certo poco) un testo narrativo perfetto, un attore geniale e una regia apparentemente invisibile ma accuratissima.

Ringraziando Giancarlo per le sue preziose parole e per alcune info sullo spettacolo e per la straordinaria attività del Rifredi in tempo di pandemia, immagino questa sera di essere seduta tra il pubblico per ammirare lo spettacolo e applaudire di cuore Gennaro e Giancarlo per aver reso possibile tutto questo.
 
                                                             
 (Foto di Stefano Cantini)





Giuda

 Il Teatro Lo Spazio riparte con

Maximilian Nisi

In

GIUDA

di Raffaella Bonsignori

a cura di Maximilian Nisi

musiche Stefano De Meo- video art Marino Lagorio

costumi Tiziana Gagliardi- elementi scenici Luigi Sironi

aiuto Paola Schiaffino- coordinamento Cristina Ferrazzi

si ringrazia per la collaborazione la Sartoria Farani di Roma

foto di scena Luigi Cerati

Produzione

Centro Mediterraneo delle Arti

Festival Teatrale di Borgio Verezzi

 

DAL 6 al 9 MAGGIO

TEATRO LO SPAZIO- ROMA

 

Il Teatro Lo Spazio è pronto a riaprire le sue porte e rialzare il sipario con l’entusiasmo  che da sempre lo contraddistingue.

“In tutti questi mesi di difficoltà ci hanno tolto dello spazio in cui poter vivere e noi ripartiamo proprio dallo spazio, riappropriamoci dello spazio con un occhio alla qualità e all’artigianalità dei prodotti che vengono proposti”- dichiara il direttore artistico Manuel Paruccini.

Una mini- stagione, per tutto maggio, che sottolinea tutta la voglia e il coraggio di ricominciare, di riportare l’arte, che non si è mai fermata in questi mesi, al suo pubblico, di voler ridare “spazio” allo spettacolo dal vivo.

 

Si riparte proprio dove tutto si era interrotto, con Giuda, monologo di Raffaella Bonsignori, a cura di Maximilian Nisi, sul cattivo biblico per eccellenza, l’uomo che l’umanità ha messo sotto accusa, che esce allo scoperto per dare la sua versione dei fatti, in scena dal 6 al 9 maggio.

Giuda, interpretato dallo stesso Nisi, racconta la sua verità, riscrivendo i confini del suo rapporto con Cristo. Giuda è un uomo, capace di amare ma come, purtroppo, spesso si riducono ad amare molti esseri umani, con la loro innata imperfezione: il loro è un amore-possesso, vissuto guardando allo specchio solo i propri sentimenti e il proprio desiderio di essere, per gli altri, gli unici destinatari della loro attenzione, dei loro pensieri. Non si ammette alcuna condivisione, non si comprende un amore diverso da una catena che unisca indissolubilmente lo spirito di due esseri fino a fare sì che solo nell' esistenza dell'uno l'altro trovi le motivazioni sufficienti per continuare a vivere.

Gesù è Il figlio di Dio, maestro di amore ma di un amore universale, sublime, che Lui sa offrire a piene mani a tutti gli uomini capaci di comprendere i suoi insegnamenti e di seguirlo. Non c'è alcun vincolo esclusivo, in questo amore, è un amore universale, che dovrebbe affratellare, permettere a tutti gli uomini che ne abbiano volontà di affrontare le intemperie della vita riscaldandosi al focolare di uno stesso Padre. Non è un amore-possesso ma è un amore che, come un pane, si spezza in parti uguali per essere distribuito a tutti i commensali che di quel pane abbiano fame.

L'amore-possesso di Giuda incontra il messaggio di un Amore diverso, immensamente più̀ grande, di Gesù̀ Cristo e in quell'oceano infinito si perde, sente la propria inadeguatezza ma rimane prigioniero dei propri limiti terreni. Vorrebbe essere riconosciuto, avere un premio solo per il fatto stesso di esistere, una ricompensa per la sua devozione che lo porta a desiderare la vicinanza di un uomo che, pure, è lontano da quell'ipotesi di Messia che per tanti anni aveva vagheggiato. Non un leone capace di scacciare i romani dalle terre occupate con la loro protervia di conquistatori ma un "agnello" che percorre una strada impervia che lo porterà̀ ad un' inevitabile sacrificio finale. L'amore di Giuda non comprende tutto questo, vorrebbe da Gesù quelle risposte che l'uomo Giuda, inutilmente, chiede a suo Padre, quel Dio di cui soffre terribilmente la presenza-assenza. Eppure potrebbe anche accettarlo, in cambio, però, di essere amato come lui pretende, con una forza unica, esclusiva, più̀ del prediletto Giovanni, più̀ di Pietro, che pure per amore di Gesù potrebbe anche uccidere. Dalla disillusione cocente di questo suo desiderio di essere amato come lui vorrebbe, non "come" gli altri ma "più" degli altri, nasce poi, dentro l'animo di Giuda, il risentimento feroce che lo porterà̀ al tradimento, alle trenta monete lorde del sangue di Colui che, pure, tanto amava. C'è anche l'ineluttabilità̀ di un disegno divino dietro tutto questo, Giuda sente che, in qualche modo, quello che ha fatto gli è stato chiesto: ma dentro la sua tragedia non si può̀ dimenticare la forza devastante che ha avuto quell'amore disilluso che per lui era diventato più̀ importante della sua stessa vita e che lo trascina ad agire come lui non avrebbe mai voluto. Nel suo tormento interiore, Giuda è un'icona delle contraddizioni dell'uomo moderno, tanto fragile che, a volte, si smarrisce nella sua ricerca di amore e finisce per commettere delitti persino peggiori di quelli che gli suggerirebbe l'odio.

La “coda” di stagione proseguirà con lo spettacolo “Albania- Italia. Sola andata” di Marbjena Imeraj (dal 12 al 14 maggio), la stand up comedy al femminile delle Incoronate Comiche (il 20 maggio), “One shot… fino all’ultimo round”, una sfida a suon di gag, canzoni  e “fiabe” con Attilio Fontana e la partecipazione di Emiliano Reggente (domenica 23 maggio doppio appuntamento alle ore 17 e ore 20), “Occhio al cuore” di Emiliano Metalli (dal 28 al 30 maggio), e poi con la  nuova edizione del concorso “Idee nello Spazio”.

Ufficio Stampa

Maresa Palmacci 348 0803972; palmaccimaresa@gmail.com

 

Info:

GIUDA

dal 6 al 9 maggio

Dal giovedì al sabato ore 20; domenica ore 17

 

Teatro Lo Spazio

Via Locri,42

informazioni e prenotazioni

06 77076486 / 06 77204149
info@teatrolospazio.it

 

Biglietti: intero 15 euro

Ridotto 10 euro

 

Ufficio Stampa

Maresa Palmacci 348 0803972; palmaccimaresa@gmail.com



DIAMOCI DEL TU

                                          Dal 6 maggio al 12 maggio 2021

GAIA DE LAURENTIIS E PIETRO LONGHI

in


DIAMOCI DEL TU

regia di Enrico Maria Lamanna

Commedia brillante, di Norm Foster, pluripremiato drammaturgo canadese, che racconta un rapporto di convivenza di un uomo ed una donna, che vivendo sotto lo stesso tetto non condividono né affetti né intimità.

I protagonisti sono una domestica ed il suo datore di lavoro burbero e scontroso, il quale all'improvviso si accorge di lei, scatta una scintilla che fa recuperare il tempo perduto, dopo un lungo periodo di incomunicabilità, la relazione diventa spassosa e intrigante.

Come un fiore sbocciato al momento giusto, la storia ci offre lo spunto per una commedia deliziosa, che cancella fra i due di colpo la ruggine del tempo.


Ufficio stampa:

Antonella Romano

347 6241485

a.romanocomunicazione@gmail.com



TEATRO ROMA 06.78 50 626

info@ilteatroroma.it

www.ilteatroroma.it


Minari

Finalmente un film multiculturale. 
Una trama essenziale e green dove il sogno americano di ricchezza è proiettato nella primordiale scelta della terra madre produttiva e di rinascita da una condizione di miseria come quella vissuta dalla famiglia coreana protagonista di Minari, film corale e che s'imprime nella memoria di chi lo guarda.
Il viaggio verso le verdi terre dell'Arkansas è dolente e il pezzo da pelle d'oca Big Country di Emile Mosseri, sottolinea lo stato d'animo della famiglia, con un toccante primo piano sul volto serio di David (Alan S. Kim), il piccolo di casa, ha solo 7 anni ed è cardiopatico.
C'è la sorellina Anne (Noel Cho) disposta a badare a lui, mentre i genitori sono in contrasto per la scelta di Jacob (Steven Yeun). 
Una casa con le ruote "come una macchina grande" è immersa negli ettari di verde che Jacob coltiverà, ricordando che "il giardino dell'Eden è grande come questo", speranzoso e ottimista.
Monica (Han Ye-ri), sua moglie soffre terribilmente per il distacco dalla sua terra d'origine e soprattutto dalla madre, una donna anziana vedova da tanto tempo, che sta per giungere dalla lontana Corea per dare conforto alla figlia.
Anche se i giovani coniugi litigano in continuazione, volevano entrambi un nuovo inizio. 
Per mantenere la famiglia, Monica e Jacob si occupano del sessaggio dei polli ossia della selezione dei pulcini maschio da quelli femmina e dalla fabbrica dove lavorano si alza un fumo nero che ricorda quello dei campi di concentramento perché quello è un inceneritore di pulcini maschi.
Fervono i preparativi per l'arrivo della nonna, che non è proprio una nonna classica, dice parolacce, guarda la boxe e ama il Minari, una pianta acquatica, un prezzemolo giapponese usato in cucina e come pianta curativa e decide di piantarne i semi in prossimità del torrente vicino casa.
David ha difficoltà a relazionarsi con la nonna che gli regala un mazzo di carte.
Anche se "la nonna puzza di Corea" secondo David, con lei il nipote più piccolo si diverte a giocare a carte e a fare belle passeggiate tra quei prati verdi e incontaminati.
La coltivazione della terra Jacob la compie con l'aiuto del religioso Paul per poi vendere i frutti della sua coltivazione a coreani in cerca di verdure occidentali. 
Il bambino a contatto con un ambiente sano, guarisce dalla cardiopatia e la nonna è ormai parte integrante della famiglia anche dopo l'ictus che l'ha colpita.
Il torrente ormai si chiama il torrente del Minari e costituirà un nuovo inizio dopo che un incendio manderà in fumo il duro lavoro di Jacob ma ricostruirà il rapporto ormai giunto al capolinea con la moglie.
Il premio Oscar Yoon Yeo-jeong, nella parte della nonna, diverte e commuove ed è il deus ex machina che giunge per salvare il salvabile.
Splendida la fotografia e le musiche di Emile Mosseri e bella la regia di Lee Isaac Chung.



Squadra 49

 In occasione della Giornata Internazionale dei Vigili del Fuoco, Sky Cinema Action questa sera ha proposto Squadra 49 e Fuoco assassino. Ho visto il primo e vorrei raccontarlo.

Il vigile del fuoco Jack Morrison il magnetico Joaquin Phoenix, parecchi anni prima d'indossare la maschera di Joker, è avvolto dalle fiamme di un edificio che sta crollando e in attesa di essere soccorso dai colleghi guidati da Mike Kennedy, ripercorre le tappe salienti della sua esistenza, dalla realizzazione del suo sogno di entrare nella Squadra 49 all'incontro con la ragazza che diventerà presto sua moglie e la madre dei suoi due figli.

La dedizione e il coraggio mostrati da Jack, che salva molte vite umane, l'amore per la sua famiglia e per gli amici, in particolar modo per Mike, l'impeccabile John Travolta che in questo film ha un ruolo secondario, mi hanno condotto in un mondo che per certi versi ho paragonato a quello di mio padre: il poliziotto stradale con turni di lavoro massacranti dove non esistevano le feste, oppure in moto per strada al freddo e senza il giusto riconoscimento da parte dei manifestanti che non rispettano il ruolo svolto da chi dona la sua vita per la pubblica sicurezza.

Il film mi è piaciuto per questa grande verità conosciuta solo da chi ha avuto un padre nei vigili del fuoco o nella polizia, e che può cogliere il senso di questo film che in tante recensioni è stato criticato negativamente e ritenuto lento per "l'alternanza tra i flashback e l'azione tutto sommato piatta".

Credo invece che la narrazione sia dilatata come il ricordo di una vita prima dell'addio. Una proiezione di attimi luminosi e vitali prima del buio.

Il regista Jay Russell non ha ecceduto in effetti spettacolari, concentrandosi sul dramma familiare e sentimentale.

Ho apprezzato le scelte registiche, la lucidità con cui un tema simile sia stato trattato e il finale è stato davvero un inno alla vita oltre la morte, nel ricordo di un uomo che ha dato l'esempio di onestà e amore verso il suo lavoro e verso il prossimo in difficoltà.

The Secret - Le verità nascoste (The Secret We Keep)

Tra le minoranze etniche massacrate dai nazisti, ci sono anche i Rom ed è questa l'etnia di Maja, la protagonista di The Secret - Le verità nascoste, la donna sopravvissuta al lager, che tra incubi e fantasmi del passato, si sposa con un medico serio e onesto come Lewis, uno straordinario Chris Messina per concedersi un presente dignitoso.

La vita tranquilla di Maja (Noomi Rapace) con la sua bella famiglia, è stravolta dalla presenza di un uomo che le ricorda il militare tedesco che violentò lei, uccidendo l'amata sorella; Nonostante sia moglie e madre, compie un gesto folle: rapisce l'uomo e lo segrega in cantina con la complicità di suo marito.

Il passato doloroso riaffiora per essere metabolizzato attraverso questo tremendo rapimento.

La vera identità dell'uomo che pare sia svizzero, è svelata dai continui interrogatori dei due coniugi e dagli incontri di Maja con la moglie di Thomas (Joel Kinnaman).

Il finale è inaspettato ma non voglio svelarlo.

Ho trovato originale la scelta di far raccontare l'orrore della guerra a una donna sopravvissuta che riesuma ricordi di morte per liberarsene e forse per vendicare sua sorella.

Interessante la regia di Yuval Adler, l'intromissione dei tragici ricordi del passato nel presente e la scelta da parte della protagonista e del suo carnefice, di nascondere le rispettive identità ai coniugi.

Questo film è un'occasione per ripassare la storia, osservandola da un'altra angolazione, quella dei vinti.

Il re di Staten Island

 Eccezionale scoperta per me è stato Pete Davidson, il tatuatore disorientato e immaturo co-autore della sceneggiatura semi-autobiografica del film diretto da Judd Apatow, visto ieri sera in prima visione su Sky cinema. Il re di Staten Island è la storia di un figlio che perde suo padre all'età di sette anni. Il padre è un vigile del fuoco coraggiosissimo che per salvare delle persone, si getta nelle fiamme e purtroppo muore.

Nella pellicola, Pete è Scott, un ventenne dal quale si pretende risolutezza, maturità, forza di carattere e determinazione, se sei di New York, è impensabile vivere ancora nella casa paterna, dove Margie sua madre, la splendida Marisa Tomei si barcamena tra il lavoro in ospedale e l'educazione dei figli. Claire (Maude Apatow), sua sorella, sta andando al college per costruire il suo futuro.

Nonostante un'instabilità di tipo traumatico, Scott è un ragazzo pieno di risorse ed estremamente generoso come suo padre e questo lo dimostrerà in tutte le sue azioni, nei rapporti d'amicizia e d'amore.

Il film è  un racconto di grande impatto emotivo ed è proprio un viaggio nella vita di un ragazzo orfano di padre e così sensibile da essere considerato problematico.

L'accettazione delle diversità  è un tema centrale nel film e la ricerca della normalità, non è questo traguardo esaltante.

Non è detto che ciò che gli altri reputano normale, sia la strada più giusta ed esaltante da percorrere e non è detto che un padre idealizzato in primis dalla madre che erige in casa un piccolo santuario con foto e oggetti del marito, sia così perfetto.

Questa sarà la vera scoperta di Scott, ossia quella di sapere che in fondo quel padre perfetto, è così simile a lui, al suo temperamento un po' pazzo ed estremo.

Non perdetevi questo film in prima visione su Sky 


Guida per la felicità (Learning to drive)

 Può un articolo di giornale ispirato a una storia vera, dare vita a un film? E' il caso di Learning to drive, basato sull'articolo della giornalista Katha Pollitt uscito sul New Yorker nel 2002, visto con vero piacere questa sera su Premium Cinema.

E' la storia di una profonda e speciale amicizia nata tra Wendy, una critica letteraria newyorkese lasciata dal marito per una donna più giovane e Darwan, un tassista indiano sikh che accetta di insegnarle a guidare.

I consigli di Wendy, daranno le necessarie indicazioni al tassista per essere un buon marito, visto che sta per sposarsi con la donna del suo stesso paese d'origine che è la sorella ad aver scelto per lui. 

Il calmo e saggio Darwan, insegnerà alla scrittrice di mezza età a credere ancora negli uomini, anche se quello che ha sposato e di cui si fidava, l'ha delusa e tradita.

Splendida Patricia Clarkson e magnetico come sempre Ben Kingsley che d'istinto chiamo Gandhi, una bella coppia sulla scena in questo film romantico diretto da Isabel Coixet. Brava come sempre anche Grace Gummer, la figlia di Meryl Streep nella parte della figlia di Wendy.

Affascinata dalla celebrazione del matrimonio combinato tra Darwan e Jasleen (Sarita Choudhury), dalle frasi pronunciate dal tassista indiano, un uomo per bene il quale spiega alla sua nuova amica tutto quello che c'è da sapere per essere pronta quando incontrerà un uomo onesto e alla sua altezza, credo sia una favola una storia simile in un momento in cui i rapporti di coppia, l'amore, l'idea stessa di un futuro normale, sembrano così lontane dalla realtà e inafferrabili.

Eppure questo siamo stati, persone desiderose di emozionarsi e d'innamorarsi, di essere traditi, lasciati e di continuare a credere che al mondo sarebbe esistita da qualche parte la persona giusta per noi.

Almeno nei nostri sogni, tutto questo continua ad esistere e se un film consente di sognare, è valsa la pena averlo visto.


Vivarium

 Tom e Gemma, i protagonisti del film Vivarium, mi hanno fatto pensare alla coppia di Nerium Park, uno spettacolo teatrale visto allo Spazio Diamante tratto dall'opera del drammaturgo Josep Maria Mirò, adattato e diretto da Angelo Savelli. 

Cos'è Nerium Park? Un anno di vita raccontato in un'ora. 

Cos'è Vivarium? La vita di una giovane coppia senza figli, intrappolata nel complesso residenziale labirintico e senza via d'uscita, dove il tempo si consuma a un'altra velocità e i due ragazzi si ritrovano ad allevare un neonato trovato in una scatola di cartone davanti la porta di casa che nel giro di qualche mese diventa un uomo e assiste e contribuisce al consumarsi delle esistenze dei suoi pseudo genitori.

Il protagonista di Nerium Park è il mistero che chiude la pièce attraverso il grido di dolore di Marta.
L'isolamento in cui i due si ritrovano a vivere, li mette di fronte alla realtà, all'essenza delle cose.
Possono bastare delle scelte apparentemente felici per essere davvero felici?
Così l'amore si trasforma.
Forse il Nerium Oleander, ha avvelenato la vita della coppia e l' appartamento in cui si svolge la scena, si trasforma in una prigione.
 Vivarium è la casa n. 9 in un complesso di case identiche, senza vicini.
Eppure i vicini ci sono, e a scoprirlo è proprio Gemma, la quale dopo aver assistito Tom nel proposito di scavare una buca le cui polveri lo faranno ammalare e morire, insegue il ragazzo con cui ha condiviso forzatamente quella casa, e scopre inorridita l'esistenza di altre coppie 'recluse'.
Come Tom, anche Gemma finirà in un sacco sepolta viva e lanciata nella stessa buca scavata dal compagno che vi giace senza vita.
La buca viene rapidamente chiusa dal ragazzo che si dirige nell'agenzia dove si trova lo strano agente immobiliare che ha proposto la casa a Tom e Gemma e che farà la stessa fine della coppia.
L'agenzia sarà il ragazzo senza sentimenti a dirigerla, accogliendo la nuova coppia di turno.
Tom è Jesse Elsenberg, impeccabile nel ruolo del ragazzo spensierato che lotta fino all'ultimo per scavarsi un posto fuori da quella prigione e Gemma, Imogen Poots, si adegua alla sua condizione di madre che secondo il ragazzo, ha il compito di allevare il proprio figlio e poi morire.
Il regista Lorcan Finnegan, in questo film mostra l'insensatezza del vivere seguendo progetti prestabiliti, sogni anonimi come il futuro felice in una villetta a schiera, che risulta essere un labirinto senza via d'uscita nel quale seppellirsi.
Il Vivarium, ossia un contenitore per animali vivi, è privo di tridimensionalità, appare come un quadro con nuvolette dipinte e casine tutte verdi.
Inanimato come il bambino che ormai uomo, diventa l'agente immobiliare pronto a vendere case prigioni.
 

Nel bagno delle donne

 All'inizio ho pensato: è un film leggero, invece non lo è affatto il lungometraggio di Marco Castoldi Nel bagno delle donne, tratto dal romanzo Se son rose di Massimo Vitali, dove Giacomo Roversi, sposato, licenziato, depresso e insoddisfatto della vita là fuori, scopre una nuova dimensione dentro il bagno delle donne nel quale resta chiuso e il suo caso diventa virale. 

Quella di Giacomo in realtà, non è una protesta ma una boccata d'aria nuova, dentro il bagno del cinema Orione sull'Appio Claudio, in compagnia del cagnolino di Daphne Scoccia, la ragazza che gestisce il cinema dove vengono prodotti film indipendenti che non hanno avuto una distribuzione.

Il bagno squallido del cinema, si trasforma in un salottino, con continue donazioni da parte degli ammiratori ispirati dalla scelta insolita e coraggiosa del ragazzo che, obiettivamente, non ne può più di essere il figlio incompreso, il marito in crisi, il disoccupato, l'uomo con amici che lo sono solo apparentemente. Nella reclusione Giacomo ritrova il suo io e il fuori resta fuori, senza intaccare la ritrovata libertà.

Da fallito a famoso sul web, Giacomo è ormai citato, taggato, intervistato, osannato, soprannominato il Ghandi di Portonaccio. 

I genitori di Giacomo, interpretato da Luca Vecchi, sono la premurosa Francesca Reggiani e il ruvido Paolo Triestino, che a modo loro lo amano immensamente.

La moglie, la bella Stella Egitto, per aiutarlo a cercare lavoro, lo informa sull'apertura di una nuova sede Amazon a Passo Corese. 

C'è persino chi gli propone di riprenderlo h24 tipo Grande Fratello o Truman Show, ma lui non ci sta e quella fessura della porta del bagno dalla quale comunica con il mondo, gli basta, ormai riesce a vivere anche senza cell. da quando è finito nel cesso.

Nel bagno pulisce, si lava, fa la barba, legge, fa sport, mangia, prima il cibo che il cane si rifiuta di consumare, poi  le lasagne della mamma e ciò che la ragazza del cagnolino gli porta, dividendo con lui i guadagni dovuti alla sua presenza dentro il bagno dell'Orione. Il cinema vuoto che si riempie è consolatorio effettivamente.

Eppure la fama crescente, il cui senso tenta di spiegare Nino Frassica, finisce per soffocare il ragazzo, il quale scappa dalla sua stanza da bagno, uscendo dalla finestra con l'aiuto della proprietaria del cagnolino, che forse s'innamora di lui.

Il finale fa riflettere sul fatto che anche se siamo nati per relazionarci, stare fuori e vivere rapporti destinati a diventare routine, non è tutta questa fortuna e nonostante il lockdown forzato che abbiamo vissuto e la pandemia che stiamo vivendo, crearsi uno spazio isolato, non è poi così male.

Mi è piaciuto vedere nel film anche Romano Talevi.


Il caso Freddy Heineken


 Amsterdam 1982. Cor Van, Willen, Jan “Cat, Frans “Spikes”e Martin, sono amici per la pelle e in cerca di un posto nel mondo, diventano i protagonisti del famoso rapimento del magnate della birra, il signor Heineken. Dopo aver rapinato una banca, il gruppo si sente pronto per il colpo che cambierà per sempre la loro vita. È tutto pronto, anche la lettera con la richiesta del riscatto in cui chiedono ben 35 milioni. Heineken e il suo autista, dopo il rapimento vengono chiusi in due stanze attigue insonorizzate, mentre il gruppo di amici va a farsi una bevuta. È citata la casa di Anna Frank con un riferimento evidente al rifugio come metafora del nascondiglio da loro creato dove non avrebbero mai potuto trovare il magnate. Anthony Hopkins è Heineken, un uomo abituato a vivere nel lusso, il quale chiede ai suoi rapitori del cibo anche economico come quello cinese ma diverso dai toast al prosciutto che mangia da giorni, della musica classica, libri, mentre sui giornali s’ipotizza che i rapitori siano stranieri. I soldi del riscatto non giungono dopo qualche settimana dal rapimento, ma non tarderanno ad arrivare. Tuttavia il gruppo di amici come previsto dalla profetica frase di Heineken si sfalda e sia chi è rimasto ad Amsterdam  che chi è partito a Parigi, viene acciuffato e tutti sconteranno diversi anni in carcere. Il film ispirato a una storia vera, scritto da William Brookfield dal libro di Peter R. De Vries e diretto da Daniel Alfredson, non è  solo un thriller ma affascina per la psicologia dei personaggi, a partire dal gruppo degli amici che sembrano inseparabili e che invece si dividono per colpa dei soldi fino alla figura del saggio magnate, interpretato magnificamente dal premio Oscar Hopkins che ogni volta diventa il personaggio interpretato. Bel film del 2015 che oggi Sky Cinema mi ha permesso di vedere e commentare per Pennadoro.


Volo Pan Am 73

 Neerja Bhanot, la giovane hostess si sveglia molto presto, è l'una di notte, deve arrivare in tempo per il volo intercontinentale diretto a Francoforte con scalo a Karachi. Dopo aver fatto la doccia, ed essersi vestita e truccata, è pronta per quello che sarà il suo ultimo volo, quello che la renderà un'eroina.

 Volo Pan Am 73 è una storia di coraggio e umanità, ispirata all'attentato terroristico avvenuto nell'86. La regia è di Ram Madhvani e ho scelto di vedere per la prima volta questo film su Sky Cinema questa sera.

Nell'attentato a terra durato 17 ore nel settembre dell'86, Neerja conforta e consola sia i colleghi che i passeggeri, prima che i terroristi facciano fuoco sui 379 ostaggi, uccidendone 22. E' colpita a morte la stessa coraggiosa hostess, dopo aver messo in salvo un altissimo numero di persone. 

Sonam Kapoor interpreta Neerja (in foto), l'hostess, ex modella, entusiasta e sprezzante del pericolo, che ha dato la sua vita per salvare quella dei passeggeri.

Nelle scene girate sull'aereo, il drammatico presente convive con il nostalgico passato di Neerja, la quale ripercorre alcune tappe della sua esistenza, dall'amara esperienza matrimoniale conclusasi dolorosamente, agli insegnamenti degli amatissimi genitori. Le dà forza e calore il pensiero del ragazzo che vuole sposarla nonostante le sue esitazioni. Questo consente al regista di ricostruire la figura della ventitreenne, per mostrare chi sia la donna luminosa che questo film celebra e le cui foto scorrono sul finale.

E' molto bella anche la figura di Rama Bhanot, la mamma di Neerja, interpretata da Shabana Azmi.

Il film bollywoodiano girato in lingua hindi, è da vedere.


Guida romantica a posti perduti

 Allegra, una blogger che racconta viaggi immaginari e mai compiuti finora forse a causa degli attacchi di panico e Benno, il giornalista inglese sposato con la francese Brigitte, s'incontrano fortuitamente, per compiere un viaggio vero e proprio stavolta, alla scoperta di quella vita vera che non hanno avuto il coraggio di vivere.

E' in cinque tappe il road movie diretto da Giorgia Farina, in prima visione su Sky cinema questa sera in occasione del compleanno di Jasmine Trinca, la quale interpreta molto bene il disagio legato agli attacchi di panico, che, come sappiamo, possono essere di tipo traumatico.

Allegra si salva attraverso la scrittura e i post salvifici del suo blog di viaggio, attendono uno sguardo reale rivolto ai luoghi sperduti che sta per conoscere in compagnia di un alcolista poco rassicurante come Benno, l'enigmatico Clive Owen.

Tra i sonniferi di lei e le bevute di lui, si giunge alla prima tappa: La chiesa allagata di S. Vittorino.

La seconda tappa è La città fabbrica di Crespi d'Adda, inserita nel 1995 dall'UNESCO tra i patrimoni dell'umanità.

Anche se Allegra ritiene che "il modo peggiore di viaggiare è viaggiare davvero" inizia a scoprire il piacere dei luoghi sperduti o dimenticati dove è diretta, che può coincidere con l'amato ricordo di una località. Il parco giochi abbandonato (la terza tappa), è l'ultima vacanza con la madre. 

Con gli stessi occhiali presi in autogrill, tra ubriacature e vomito di lui, e ansia di lei, il viaggio si avvia verso la quarta e penultima tappa: L'abbandonato Chateau de Fere.

Dopo una notte in prigione, Benno raggiunge in taxi Allegra che si sta imbarcando verso Stamford, l'ultima tappa.
I cinque giorni sono volati, ed è suggestivo l'ingresso nella casa della zia Rose dove Benno è cresciuto e dove sceglie di ospitare per passare la notte la sua nuova amica Allegra e Michele (Andrea Carpenzano) il ragazzo che l'ha raggiunta in Inghilterra.
Il ballo rock al mattino, chiude il cerchio oppure è il vero inizio del viaggio alla scoperta di se stessi.
Benno dovrà scegliere se salvarsi dall'alcolismo, aiutato dalla moglie che lo aspetta a casa solo quando avrà deciso di disintossicarsi e Allegra dovrà iniziare a viaggiare davvero per smetterla di raccontare di viaggi inventati sul suo blog.
Il cast è internazionale e Jasmine recita molto bene in inglese, a tratti ho ascoltato il film in lingua originale.
Sono rimasta affascinata dai posti sperduti attraversati nel film. 
Concordo per certi versi sul fatto che i viaggi reali ci tolgono il gusto del viaggio stesso per gli imprevisti di varia natura che accadono e perché spesso non riusciamo a goderci il momento.
Il cinema può essere come la lettura, un bel modo per viaggiare e questa sera sicuramente ero sull'automobile coi protagonisti a ricordare i miei viaggi passati e con la speranza di tornare con certe persone care,  in posti speciali che in quel momento non ho vissuto come avrei dovuto, Mont Saint Michel per esempio, con mia madre.

 

King Lear

 L'amore muore bombardato dall'ipocrisia e dalle armi nell'adattamento cinematografico della tragedia shakespeariana in cinque atti, ridotta all'osso e con un cast davvero eccezionale, anche se riuscire a portare il teatro in un film, è veramente difficile. 

Ci ha  provato il regista Richard Eyre con l'ottantenne Anthony Hopkins nei panni del sovrano ormai vecchio, alcolizzato e in preda a una lucidissima follia, intenzionato a lasciare il suo regno a chi tra le tre figlie,  mostrerà amore nei suoi confronti.

All'appello sono dunque chiamate dal vecchio sovrano le tre figlie: Goneril (Emma Thompson), Regan (Emily Watson) e Cordelia (Florence Pugh) la più piccola, le prime due adulatrici e la terza mossa da un autentico rifiuto verso ogni forma di calcolo.

Tra eclissi di luna e sole, dato che "queste eclissi annunciano discordie" si consumano i destini dei protagonisti di una storia senza tempo e adattata ai tempi nostri, perdendo indubbiamente il fascino che la avvolgeva, anche se le magnifiche parole di Shakespeare ne preservano la bellezza, l'alone di mistero e il profondo dolore che una tragedia familiare, porta con se.

Anthony/Lear, si mostra in tutta la sua maestria, a sostenerlo il suo sguardo vagamente strabico anche se ho immaginato al suo posto Al Pacino, che lo ha rappresentato in teatro.

La sua furia è niente a paragone con la crudeltà delle due figlie maggiori, intente a tessere una tela fatta d'intrighi e delitti per condurle alla supremazia. 

Un folle e un ferro di cavallo guidano nell'ultimo incerto cammino il Re sconfitto dalla crudeltà della vita stessa. 

Mentre il Conte di Gloucester, l'eccezionale Jim Broadbent, dopo essere stato accecato da Regan, tenta il suicidio sulle scogliere di Dover, anche se afferma che "un uomo può vedere come va il mondo anche senza occhi", Cordelia in tuta mimetica si rivolge al padre con un amore autentico e sincero.

Straziante la scena finale in cui il Re Lear prima di congedarsi da questo mondo, osserva i colpi senza vita delle tre figlie, provando un dolore mortale per la povera e inascoltata Cordelia.

Il film in prima visione su Sky cinema è da vedere.

Siberia

 Keanu Reeves è Lucas Hill, un freddo commerciante di pietre preziose americano, il quale recatosi a San Pietroburgo per vendere diamanti blu, perde le tracce di un collega e si sposta a Mirny, in Siberia orientale, dove s'innamora di un'affascinante barista di nome Katya (Ana Ularu), essendo il suo rapporto con la moglie ormai una fraterna amicizia.

Il commercio di diamante è tra i più pericolosi e il finale non sarà un happy and. La passione non manca, anzi, è la giovane barista ad accendere le giornate russe di Lucas, prima che il buio scenda sulla giovane vita del cinquantenne.

E' suggestiva la fotografia. I paesaggi siberiani sono molto belli, è possibile ammirarli nelle scene della caccia all'orso, dove Keanu partecipa, invitato dal fratello protettivo di Katya.

Reeves recita le scene all'aperto coperto da un cappotto leggerissimo come se il suo personaggio facesse i conti con un gelo interiore a cui si è assuefatto.

Il film Siberia di Matthew Ross, ha mille sfaccettature come il diamante per chi è in grado di coglierle e prendendo a prestito una frase del protagonista "il diamante deriva dal greco adamas che significa immutabile, li adoro perché sono bellissimi, molto rari e indistruttibili".


Judy

 Vado a dormire con Bridget Jones e mi sveglio con Judy.  Judy Garland.

Il film del 2019 che valse l'Oscar come migliore attrice a Renée Zellweger, è passato questa mattina su Sky Cinema Oscar, avvolgendomi in una storia d'arte e dolore, nella Londra in cui la star visse gli ultimi mesi della sua esistenza.

I concerti che Judy tenne a Londra, furono i più belli e disperati, pieni dei ricordi di un'intera esistenza trascorsa sul set, tra anfetamine e sonniferi, diete estenuanti per essere adatta ai ruoli interpretati, uno fra tutti l'indimenticabile Dorothy ne Il mago di Oz.

Il mondo dello spettacolo, ha stretto come in una morsa, i sogni di un'adolescente e della donna e mamma che Judy tra privazioni e difficoltà, riuscì ad essere.

L' affascinante quarantenne innamorata, nonostante tutto della vita e dell'arte, attraverso la splendida interpretazione della Zellweger, pelle ed ossa, mora e con lenti a contatto scure per essere Judy, giunge con tutto il suo bagaglio di donna sola, nonostante la sua maternità e i mariti deludenti nei quali ha creduto di trovare un riferimento.

L'unico riferimento è il suo pubblico, quello che intona Somewhere, quando lei non riesce più a cantarla durante la sua ultima esibizione e questo la consegnerà ai posteri con la purezza e tutto l'amore che non ha avuto in vita.

I primi piani, il volto segnato dall'alcool, l'insonnia e le anfetamine, la voce incantevole e malinconica, rendono questo personaggio iconico e sbandato, umanissimo e vicino ad ognuno di noi.

Ha svolto un lavoro impeccabile il regista Rupert Goold, attraverso l'adattamento cinematografico del dramma teatrale End of the Rainbow di Peter Quilter.

Molto intensa anche Darcy Shaw, la Judy Garland giovane.

La doppiatrice di Renée è Giuppy Izzo, inconfondibile.

"Un cuore non si giudica solo da quanto tu ami, ma da quanto riesci a farti amare dagli altri" (Il mago di Oz)


Sky cinema Oscar - Kramer contro Kramer

 Il film del 1979 diretto da Robert Benton che si è aggiudicato 5 Premi Oscar, è l' adattamento dell'omonimo racconto scritto da Avery Corman (1971), ed è tra i film da Oscar che Sky propone in questi giorni prima dell'attesa nottata degli Oscar il 25 aprile 2021.

E' stato estremamente commovente rivederlo e inevitabile confermare l'immensa bravura dei Premi Oscar Dustin Hoffman e Meryl Streep, genitori del dolcissimo Billy di sette anni.

Ted Kramer è un ambizioso dirigente pubblicitario newyorkese al quale viene assegnato un incarico importante. La sera è ansioso di comunicarlo alla moglie Joanna, che ha preso la solenne decisione di lasciare soli nella casa di famiglia, marito e figlio, abbandonandoli letteralmente alla ricerca di un posto nel mondo.

Dopo l'iniziale smarrimento di Ted e la disperazione del piccolo, Billy stringe un fortissimo legame con suo padre, pieno di premure e di attenzioni verso di lui.

Quindici mesi dopo, Joanna torna a New York con l'intenzione di riprendersi suo figlio, così i due finiscono in tribunale.

Ted è disperato eppure gentile nei confronti della ex moglie ed estremamente rispettoso anche quando Joanna vince la causa e l'affidamento del figlio.

L'amabile papà, prepara Billy al distacco, nella meravigliosa scena dell'ultima colazione che i due ometti sono abituati a preparare insieme, elencando i lati positivi della nuova vita a casa della mamma, promettendogli che si potranno vedere due domeniche al mese e per le vacanze estive.

Quando la madre suona alla porta, Ted scende e apprende che la ex moglie non ha il coraggio di portare via il bambino, così lo lascia vivere con il padre.

Vedendo il film, sembra di sfogliare le pagine del libro a cui danno anima e corpo attori superbi come Hoffman, Streep e il piccolo Justin Henry, per la prima volta sullo schermo.

  Questo film è una dimostrazione e un esempio di come il bene vince sul male oltre ad essere una grandissima lezione di cinema.

PennadorodiTania CroceDesign byIole